CGIL
- CISL - UIL
LAVORI
SOCIALMENTE UTILI
Premessa
Il decreto legislativo 468/97,
finalizzato alla riforma dei LSU per favorirne le funzioni di politica attiva
del lavoro, fu varato con il dissenso di CGIL, CISL e UIL. Il punto principale
del dissenso verteva sulla non separazione netta del bacino storico degli LSU
dai nuovi progetti e nel conseguente rischio che la situazione di emergenza in
essere si propagasse ai nuovi progetti, ampliandosi fino a travolgere le
finalità positive della nuova normativa.
La nostra analisi, purtroppo si è
rivelata esatta, andando anche oltre il prevedibile, per la pervicacia con cui
il governo e molti enti locali, in contrasto con le OO.SS., hanno continuato ad
utilizzare lo strumento in termini assistenziali. Ad oggi i dati ufficiali
parlano di 139.000 lavoratori in LSU a carico del fondo nazionale per
l'occupazione.
Il problema è fortemente aggravato dal
fatto che oltre l’80% dei lavoratori coinvolti si trova nel Mezzogiorno. I
numeri ancora in crescita, anziché in diminuzione dimostrano che la
strumentazione messa in campo dall'art.12 del d.lgv. 468/97 e dal decreto
interministeriale 21.5.98 si è rivelata insufficiente, oltrechè poco chiara su
alcuni punti. e per molti aspetti inesigibile a causa anche dei ritardi con cui
tutti i soggetti ( Min. Lavoro, Italia Lavoro, IG, Inps oltre a tutti i
soggetti istituzionali territoriali) si sono presentati sulle relative
problematiche. L’inadeguatezza delle misure è stata peraltro accentuata dalla
predisposizione di diverse e più consistenti forme di incentivazioni per le
aree del Mezzogiorno in favore di altre, pur difficili, platee di destinatari.
Va inoltre considerata l'aspettativa,
creatasi sin dall'inizio, di ulteriori e più favorevoli incentivi, nonché
quella di soluzioni generali più favorevoli quali l'assunzione nella Pubblica
Amministrazione
La rimozione di questi fattori è
prioritaria, altrimenti anche l'approvazione di ulteriori incentivi non
produrrà risultati significativi, in quanto resterebbe l'immobilismo sia nei
lavoratori che nelle strutture in attesa di taumaturgiche soluzioni generali,
inoltre si deresponsabilizzerebbero i soggetti locali, rendendo scarsamente
efficaci anche le nuove incentivazioni.
Emergono fortemente, da quanto detto,
le seguenti improrogabili esigenze:
1) Bloccare nuovi
ingressi nel bacino LSU.
2) Riconoscere
che il problema degli LSU è quasi esclusivamente del Sud, con diversi gradi di
emergenza fra le diverse regioni, e quindi diversificare la normativa e
decentrare la gestione.
3) Arricchire la strumentazione
e chiarirne ed attuarne alcuni punti.
4) Coinvolgere i
diversi soggetti istituzionali e le imprese private nell'operazione di
reimpiego dei LSU.
5) Dare vita a
sedi di coordinamento nazionali e locali per promuovere ed attivare la
strumentazione per favorire il reimpiego.
6) Rinnovare
l'istituto nell'ambito della riforma degli ammortizzatori sociali, esercitando
la relativa delega contenuta nel collegato alla finanziaria.
Si tratta di recuperare la partita
tramite un accordo quadro trilaterale ad hoc, che veda coinvolti istituzioni,
imprenditori, sindacati. Su un problema di tale portata è indispensabile la
mobilitazione di tutti i soggetti, istituzionali e sociali, anche a livello
locale.
1)
Il blocco degli avviamenti
Da oltre due anni Cgil, Cisl e Uil
chiedono di bloccare gli avviamenti a LSU, che si sono rivelati uno strumento
inadatto ad essere utilizzato in chiave di politiche attive del lavoro nelle
regioni dove il problema occupazionale è di natura emergenziale. Finalmente il
collegato alla finanziaria contiene una norma in base alla quale si possono
approvare progetti LSU solo se destinati ai lavoratori già utilizzati. Questo
non deve significare la sottovalutazione delle esperienze positive
dell'utilizzo degli LSU come strumento di politica attiva del lavoro,
realizzato in molte Regioni del Nord. Le maggiori risorse che restano alle
Regioni, devono poter essere utilizzate, come chiesto dal sindacato, attraverso
modalità opportune da stabilirsi con apposite convenzioni tra Regioni e
Ministero del lavoro, anche per proseguire e perfezionare queste esperienze.
2)
Il riconoscimento delle diversità territoriali
Mentre in molte realtà territoriali il
fenomeno può essere facilmente riassorbito dal normale andamento del M.d.l.
locale e l’utilizzo di questa strumentazione può essere annoverato tra le
politiche attive, nelle aree meridionali, vista la dimensione del problema,
esso deve fare i conti con un contesto occupazionale sfavorevole e con tassi di
crescita e di sviluppo che non hanno il segno per determinare una soluzione al
problema.
Fino ad oggi la normativa sui LSU ha
totalmente ignorato tali differenze territoriali, che vengono, benchè
timidamente, spesso riconosciute in altri ambiti delle politiche per il lavoro.
Anche la gestione è stata eccessivamente centralizzata.
Dal punto di vista normativo riteniamo
che sia necessario riconoscere la specificità del problema LSU in particolare
in alcune regioni del Mezzogiorno, introducendo meccanismi diversificati sul
territorio per:
a) La
ripartizione delle risorse
b) La
strumentazione per favorire il reimpiego.
Il primo punto è solo in parte risolto
da quanto previsto nel collegato, e sopra richiamato, relativamente alle
convenzioni tra Ministero del lavoro e Regioni sull'utilizzo delle risorse.
L'articolazione dell'iniziativa sul territorio è condizione indispensabile per
chiudere una fase di sostanziale attendismo di azioni dal centro ed esercitare
maggiore iniziativa istituzionale in periferia. Per rendere efficaci le misure
per la fuoriuscita dei lavoratori dagli LSU è quindi necessario rendere agibili
i poteri decentrati con il d.lgv. n.469/97, anche con il trasferimento dal
fondo nazionale per l'occupazione di risorse finanziarie congrue, stabili e
dedicate. Senza chiarezza su quest’ultimo punto la stessa operazione di
decentramento dei servizi all’impiego rischia di essere negativamente
condizionata in alcune aree dagli aspetti emergenziali.
Resta invece aperto il secondo punto,
sul quale è indispensabile prevedere che tutti gli incentivi per il reimpiego
(quelli già in campo e gli eventuali altri da affiancare a questi) siano
graduati diversamente per i territori di cui all'Obiettivo 1.
3)
La strumentazione per il reimpiego
Fino ad oggi sono stati pochissimi
coloro che sono stati ricollocati grazie alla strumentazione approntata
dall'art.12 del d.lgv.468 e la successiva decretazione.
Sicuramente tale strumentazione va
migliorata e potenziata, anche sulla base di impegni già assunti dal Ministero
del lavoro ma non ancora attuati. I primi interventi dovrebbero essere:
-
Istituire un fondo di rotazione da attivarsi per la
costituzione e capitalizzazione delle società miste e per incentivare
l'affidamento a terzi di servizi da parte delle amministrazioni pubbliche.
-
Elevare l’incentivo triennale, in aggiunta a tutte le misure
già previste, per l’assunzione di LSU presso imprese, anche ricontrattando i
limiti posti dal’UE.
-
Trasformare il prepensionamento in norma a regime e
aumentarne la convenienza, anche attraverso l’attivazione del Fondo destinato
al riscatto dei periodi pregressi e la previsione di corrispondenti fondi
regionali o locali; fissare un termine temporale entro cui è possibile
presentare la domanda; accelerare la preannunciata iniziativa di informazione
capillare da parte dell’INPS.
-
Semplificare le procedure per la costituzione delle società
miste e per l’affidamento a terzi di servizi (a partire dall’eliminazione del
vincolo che le attività debbano essere in qualche modo connesse a quelle svolte
in regime di lsu, che spesso sono attività non innovative e prive di mercato).
-
Ridurre la differenza proporzionale del beneficio alle
imprese in caso di assunzione a tempo parziale e specificare bene gli incentivi
per le cooperative.
-
Rendere cogente, estendere a tutti gli appalti pubblici (e
non solo alle opere di infrastrutturazione) ed elevare la riserva nei
capitolati posti a base di gare d’appalto, anche stabilendo che uno dei criteri
di selezione per l’assegnazione degli appalti sia l’utilizzo di LSU da parte
delle imprese appaltatrici o concessionarie.
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Attuare, tramite IG e Italia Lavoro, una incisiva politica
di promozione e informazione sulle possibilità di autoimpiego .
-
Estendere l’incentivo dei 18 milioni a tutte le forme di
autoimpiego.
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Concedere gli incentivi del prestito d’onore anche in caso di
iniziativa cooperativa tra i lavoratori aventi diritto.
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Elevare il contributo di 5 milioni destinato ad investimenti
per attrezzature in caso di LPU e renderlo automatico.
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Istituire sedi di monitoraggio per l’utilizzo di LSU nei
Contratti d’area e nei Patti territoriali.
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Prevedere LSU formativi con stages all'interno nelle aziende
che prevedono l'assunzione dei lavoratori.
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Prevedere, nei casi di soluzioni occupazionali parziali,
l’intervento di Italia lavoro per una nuova progettazione in settori innovativi
o per la gestione della mobilità interprogettuale.
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Prevedere una parte dei costi a carico dei soggetti
promotori di progetti LSU visto che tale strumentazione è a tutti gli effetti
un puro trasferimento delle risorse verso i loro bilanci .
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