Relazione di Ferruccio Danini
all’Assemblea nazionale
dell’"Area Programmatica dei Comunisti della Cgil".
Milano
14-7-1999
(Bozza non
corretta)
Care
compagne e compagni,
Quando
come coordinamento nazionale dell'Area dei Comunisti abbiamo deciso, di convocare
come si dice " a tambur battente", quest'assemblea, avevamo la
consapevolezza che avremmo potuto avere anche qualche problema organizzativo.
Per
questo ringraziamo tutti coloro che hanno raccolto il nostro invito, coloro che
si sono dichiarati interessati all'iniziativa e intendono avviare con noi un
confronto; ci scusiamo con tutti coloro con i quali non siamo riusciti a
metterci in contatto solo per ragioni di tempo, pensiamo di recuperare nei
prossimi giorni e nelle prossime settimane questi limiti e queste difficoltà.
Siamo
stati spinti a promuovere questa iniziativa dal precipitare della situazione,
l'acuirsi di fatti anche esterni al sindacato, sentiamo come il crescere di
nuvole minacciose contro di noi, un clima negativo che può avere un peso considerevole
sulle scelte future della CGIL.
Mi
riferisco in particolare:
-
all'attacco che è portato al ruolo e alle funzioni del sindacalismo
confederale, all' attacco alla previdenza, alla messa in discussione nei fatti
delle attuali relazioni sindacali;
-
al permanere di un quadro economico e sociale preoccupante, in particolare sul
versante delle condizioni di lavoro, quotidianamente vi è un autentico
bollettino di guerra con morti e feriti gravi; pesante è la situazione sul
versante del lavoro, dell'occupazione, del mercato del lavoro com'è stato
evidenziato anche dalla recente rilevazione trimestrale dell'ISTAT;
-
la sconfitta in Italia delle sinistre alle elezioni europee, la sconfitta in
Europa delle sinistre che ha portato al Parlamento Europeo una maggioranza di
centro destra. In Italia questa sconfitta si è accompagnata anche all' esito
negativo nelle elezioni amministrative, la perdita del comune di Bologna anche
simbolicamente è il segno di questo, ma il fatto più grave è che le sinistre in
questa tornata elettorale hanno raggiunto il minimo storico.
-
la scelta del Governo di presentare in Parlamento un Documento di
Programmazione Economica e Finanziaria che definisce le linee guida della
prossima Legge Finanziaria, non condivisa dalle Organizzazioni sindacali
confederali, fatto questo che non ha precedenti nel recente passato;
-
l' avvio della raccolta delle firme per i 20 referendum dell'On. Bonino che
rappresentano un attacco a fondo alle condizioni materiali dei lavoratori e al
sindacato.
Queste
le principali ragioni che ci hanno spinto a promuovere l' incontro di oggi e
rinviare a data da destinare l' assemblea annuale della "Area dei
comunisti della CGIL" prevista per settembre.
Abbiamo
assunto questa decisione perché pensiamo che la posta in gioco è grande,
pensiamo che politicamente siamo alla fine di una fase, di un percorso delle
politiche del sindacato. Riteniamo che da come si esce da questo ciclo si
deciderà molto del futuro del sindacato confederale nel nostro Paese e non
della sola sinistra sindacale.
Per
questo riteniamo urgente la messa in campo di una innovata proposta sindacale.
Ma nel momento stesso in cui avanziamo questo auspicio sentiamo il peso dei
nostri limiti, dei nostri ritardi nell'analisi dei mutamenti sociali in atto,
limiti sul piano della nostra proposta generale, sul come fronteggiare processi
e mutamenti epocali che abbiamo di fronte, a partire dai processi di
mondializzazione, su come affrontare questa nuova fase dello sviluppo
capitalistico.
Sentiamo
che per cimentarci su questo nuovo terreno è necessaria da parte nostra una
grand'apertura al confronto, un'iniziativa capace di superare i limiti del
nostro lavoro.
Abbiamo
da tempo maturato la consapevolezza che questa strategia del sindacato sta
andando al suo esaurimento, non siamo riusciti però a far vivere nella gente
una proposta alternativa e non siamo riusciti a modificare neanche parzialmente
le scelte di fondo, gli orientamenti generali del sindacato.
La
strategia della concertazione politicamente ha concluso il suo ciclo, ma non
per il successo delle lotte da noi condotte contro di essa. No! oggi la
concertazione è messa in discussione da destra, dalle scelte politiche del
mondo padronale, dai poteri forti presenti nella società, dalle scelte del
governo che ha assunto parametri liberisti per la sua politica.
Questo
è il primo punto di analisi che abbiamo di fronte, su cui riflettere.
Nei
giorni scorsi Cesare Romiti, dalla tribuna del Convegno dei Cavalieri del
Lavoro, tuonava contro i sindacati i quali a suo dire non rappresenterebbero
che in misura esigua la forza lavoro produttivo.
Nel
sollecitare il governo ad avere più fermezza nel portare avanti le scelte
annunciate, ha definito il sindacato un ostacolo alla modernizzazione del
Paese, perché rappresenta una forma di conservatorismo rispetto alla stessa
classe politica. Questo secondo Romiti si evincerebbe dai numeri: il 75% degli
iscritti ai sindacati confederali è rappresentato da dipendenti pubblici e da
pensionati i quali fanno diretto riferimento al bilancio dello stato, per
questa ragione il sindacato è strutturalmente una forza statalista e
conservatrice.
Se
si vuole modernizzare il Paese, dicono costoro, bisogna sconfiggere i
conservatori, che saremmo noi, bisogna, dicono, "rompere le uova"
altrimenti non si può fare la frittata.
Fare
la frittata è questa la scelta politica che sta prendendo corpo, nelle forze
moderate nella società, intendono per questa via sconfiggerci sul campo.
Questo
è quello che intende fare buona parte della borghesia imprenditoriale e
finanziaria del paese: questa scelta si basa sull' idea che oggi è possibile
ridefinire i rapporti di classe nella società, avere finalmente totale mano
libera sui rapporti di lavoro, nelle imprese, nei processi economici e
finanziari.
Molti
pensano che quest'operazione è più facile realizzarla con un governo di
centro-sinistra e con un primo ministro ex comunista, un D.S., così com'è è
avvenuto con la guerra.
Anche
a sinistra, molti pensano che non vi è alternativa al modello liberista, e che
esso deve essere assunto come scelta di fondo per la modernizzazione dello
stato e della società.
Illuminante
in questo contesto è l' intervista di Michele Salvati alla rivista Liberal.
Parlando di modernizzazione definisce il sindacato un "pesante impaccio
per i partiti di sinistra nell' era della globalizzazione e della
terziarizzazione": e Salvati, com'è noto, è uno degli economisti di
riferimento del gruppo dirigente dei Democratici di Sinistra.
Non
richiamo per buon gusto cosa hanno detto sul tema Michele Magno o Giuliano
Cazzola che essendo dei minori, e per di più ex sindacalisti hanno
indubbiamente espresso il peggio di loro stessi.
Il
Primo Ministro nel suo intervento alla Camera sul Dpef, in merito alla
modernizzazione dello Stato si è nei fatti presentato come il successore di
Camillo Benso Conte di Cavour, ossia di un ministro di destra che ha realizzato
politiche moderate, affermando : "Non nascondo al Parlamento l' ambizione
di questo progetto di modernizzazione dello stato: la riforma della Presidenza
del Consiglio e dei Ministeri costituisce il primo intervento generale sull'
amministrazione statale dall' unità d' Italia. Un secolo e mezzo dopo la Legge
Cavour del 1853, questo Parlamento e questo Governo possono gettare le basi per
la riforma radicale dello stato e della pubblica amministrazione che guiderà l'
Italia del nuovo millennio".
Siamo
in un contesto politico a noi non favorevole, siamo in presenza di un attacco
pesante all' attuale modello di relazioni sindacali, attacco che si è espresso
anche recentemente in maniera virulenta nel rinnovo del contratto dei
metalmeccanici da parte di Federmeccanica.
Si
parla ormai esplicitamente di ridefinire un "nuovo patto sociale", e
quando si parla di "nuovo" è chiaro che s'intende superare il
"vecchio" ossia l' attuale.
Il
primo obiettivo che oggi ha di fronte l'intero movimento sindacale è quello di
sconfiggere l' attacco di destra che viene portato a tutti noi. Da parte nostra
però abbiamo la consapevolezza che siamo all' esaurimento di questo modello di
relazioni sindacali e che dobbiamo partire da qui, per mettere in campo una
innovata proposta sindacale alternativa, una proposta di tipo offensivo,
superando i limiti difensivi nei quali ci troviamo.
Dobbiamo
ridefinire un nuovo modello sindacale, superare gli elementi
d'istituzionalizzazione e di burocratizzazione che oggi sono fortemente
presenti, assegnando alla nostra presenza nei luoghi di lavoro e nel territorio
il ruolo fondamentale nella ricostruzione della nostra rappresentanza sociale.
Dobbiamo
ricostruire la nostra presenza nelle mutate condizioni di lavoro, battendoci
con più forza e vigore di quanto abbiamo fatto sino ad ora contro le pessime
condizioni materiali dei lavoratori, e la perdita dei loro diritti, decidendo
di organizzare anche coloro che un lavoro oggi non ce l' hanno, in buona
sostanza ridefinire un nostro progetto sociale capace di reggere alle sfide
della mondializzazione e delle mutate condizioni sociali.
Di
fronte a questa nuova situazione la sinistra sindacale nel suo insieme deve
avviare una profonda riflessione, ridefinire una sua progettualità, aprire con
serenità una discussione sui propri limiti, sul nostro scarso radicamento
sociale, una elaborazione progettuale, certo senza fustigarci, sapendo che sino
ad oggi abbiamo fatto il fuoco con la legna che avevamo a disposizione, con la
consapevolezza che, se non riusciamo in questa fase a fare un salto di qualità,
corriamo il pericolo di non essere alla altezza delle sfide e dei problemi che
sono in campo.
Alcune
compagne e compagni, rispetto all'iniziativa di oggi hanno sottolineato la
preoccupazione che essa sia una iniziativa prevalentemente volontaristica, un
momento temporale. Credo che questo rischio esista, quando si fanno scelte
coraggiose, e quella d'oggi lo è, questo pericolo esiste. Ma onestamente credo
che l' esigenza di costruire una nuova e sottolineo nuova sinistra sindacale in
CGIL sia ampiamente diffuso e le condizioni sono ormai mature; in più questa
scelta corrisponde oggi alla domanda che si pongono tanti militanti e iscritti
alla CGIL.
Siamo
stati contattati in questi giorni da numerose compagne e compagni a volte per
dirci semplicemente che un impegno, o uno stato di salute, impediva a loro di
essere oggi presenti: ma il commento più diffuso rispetto all' iniziativa è
stato sostanzialmente di incoraggiamento "fate bene, era ora, andate
avanti".
E
noi andiamo avanti avviando un confronto aperto a tutto campo, mettendoci in
discussione, mettendo in discussione la nostra esperienza, per realizzare un
lavoro comune che sappia mettere assieme tutti coloro che in questi anni,
ciascuno nella propria specifica o autonoma collocazione, ha contribuito a
costruire parti, a volte parziali, di una riflessione più generale, di un
progetto più complessivo.
Ecco
perché l' iniziativa d'oggi non è contro qualcuno, ma è per, insisto per, per
costruire un lavoro comune capace di superare le divisioni del passato, e per
mettere in campo uno schieramento più ampio, unitario e pluralista.
Sia
chiaro, per parte nostra, non intendiamo costruire un circolo culturale, un
"Forum". Vi è già un Forum, quello contro il Liberismo, al quale
abbiamo aderito, dedichiamo parte del nostro tempo, e che sviluppa un'attività
molto importante ( da ultimo, nei giorni scorsi, il seminario tenutosi a
Montecatini con sindacalisti francesi, tedeschi, spagnoli e si è deciso un
appuntamento comune per l' autunno).
Ma
siamo sindacalisti e lavoriamo nel sindacato: nostra intenzione è dunque quella
di definire una proposta nel sindacale. Non comprendo la polemica di questi
giorni rispetto alle "singole individualità" nella costruzione della
sinistra sindacale, così come non comprendo i ragionamenti fatti rispetto al
prossimo congresso della CGIL.
Se
vi è qualcuno che ha già definito una piattaforma congressuale la presenti e
chieda la convocazione di un congresso straordinario della CGIL. Da parte
nostra valuteremo questa proposta, come credo farà l' insieme dell'
organizzazione.
Da
parte nostra, pensiamo alle cose dell' oggi, come andremo al Congresso della
CGIL lo valuteremo quando sarà convocato il Congresso, non di certo un anno
prima, non so neanche come avverrà il Congresso, e soprattutto cosa succederà
concretamente da oggi al congresso.
E
visto che sono in argomento non penso credibile oggi, riproporre una proposta
che è fallita un anno fa: vedere oggi la sinistra sindacale costituita
esclusivamente dall' unificazione delle due aree oggi organizzate e strutturate
,"Area dei comunisti" e "Alternativa sindacale", è
sbagliato perché non tiene conto del lavoro che abbiamo fatto in quest' anno, a
partire ad esempio dall' esperienza del Forum contro il liberismo. Per questo
non comprendo questa proposta, la considero angusta, limitata, in parte frutto
di una visione burocratica, da distribuzione degli apparati, che non tiene
conto di quello che in positivo e in negativo è avvenuto in tutto questo
periodo.
Penso
sia sbagliato far precipitare la nostra discussione sul piano organizzativo: se
vogliamo essere all' altezza della sfida che abbiamo di fronte dobbiamo nuotare
in mare aperto e ciascuno deve riuscire a mettere in discussione se stesso. Non
esistono posizioni di rendita, ma deve prevalere una grande volontà e uno
spirito unitario.
Dobbiamo
avere la consapevolezza che quello che manca oggi all' insieme della sinistra
sindacale, sia a quella organizzata e strutturata sia quella dei singoli
militanti, delle compagne e dei compagni presenti nelle strutture del
sindacato, di coloro che operano nei luoghi di lavoro o nelle RSU, tutti
costoro senza eccezione alcuna, non hanno oggi un proposta organicamente
definita, da mettere in campo e capace oggi di unificare su di essa l' insieme
della sinistra sindacale.
Non
avere questa consapevolezza, significa non volere guardare la realtà per quella
che è. Questo non vuole dire che non sono in campo sia a livello individuale
che nelle elaborazioni collettive, proposte, punti di vista, pratiche
sindacali, esperienze consolidate, che assieme possono costituire i lineamenti
fondamentali, la base, il telaio progettuale, su cui lavorare e realizzare in
tempi ravvicinati una unitaria e plurale sinistra sindacale, ossia un'autentica
piattaforma sociale alternativa alle politiche concertative oggi prevalenti
nella politica del sindacato.
Per
questo è necessario che si apra da subito un confronto con tutti coloro che
intendono avviare questo processo,
Con
molta chiarezza e nettezza intendiamo avanzare una proposta precisa, quella di
decidere un appuntamento comune a settembre, una iniziativa dal carattere
seminariale e verificare in quella sede, se è possibile definire, quelli che
potremmo chiamare i lineamenti fondamentali di una proposta della sinistra
sindacale, punti su cui avviare un'ampia discussione tra tutti coloro che nel
sindacato intendono lavorare per realizzare un ampia e plurale sinistra
sindacale.
Sulla
base di questo lavoro andare ad un confronto di massa a livello territoriale
nelle categorie, nei luoghi di lavoro, con tutti coloro che sono interessati a
costruire una ampia e plurale sinistra sindacale.
Si
tratta di mettere in campo un progetto: per parte nostra pensiamo che sia
necessario per questo lavoro partire da una riflessione critica delle politiche
concretamente, realizzate in questi anni.
Oggi,
senza pericolo di smentita, la "summa" del modernismo e della libertà
nel nostro Paese è rappresentato dai 20 quesiti referendari della Bonino che
sotto il titolo "libertà di lavoro" intende : liberalizzare
totalmente i contratti a tempo determinato, il part-time, il lavoro a
domicilio, il collocamento privato, la libertà di licenziamento, elevare l' età
pensionabile, abolire l' obbligo d'assicurazione contro gli infortuni sul
lavoro e via di seguito.
Il
fatto poi che nel comitato per la ricandidatura della Bonino a Commissario
europeo vi erano anche esponenti della sinistra, o che lo stesso D'Alema le
abbia proposto di fare il ministro, dopo che erano noti i quesiti referendari
la dice lunga sulla situazione nella quale ci troviamo.
Cosi
come non ho capito le ragioni della polemica di D' Alema alla Camera dei
Deputati nella presentazione del Dpef ove ha contrapposto la sua politica sullo
stato sociale basata, a suo dire, su principi d'equità sociale, solidarietà e
diritti di cittadinanza contro le posizioni di coloro, con un chiaro
riferimento al sindacato, che difendono con "caparbia vecchie logiche
corporative".
Il
Presidente del Consiglio sul Dpef, ha compiuto un'operazione politica,
adottando una procedura parlamentare anomala, collocando il Dpef all' interno
di un programma di Governo di lungo periodo, una specie di discorso alla
nazione in cui prevalgono gli interessi generali sulle questioni particolari.
E' evidente che questa operazione politica punta ad isolare ed indebolire il
sindacato rappresentandolo non come soggetto portatore di interessi generali ma
di proposte parziali, il sindacato come soggetto corporativo, ostacolo alla
modernizzazione del Paese.
La
concertazione, in questo quadro diventa totale subalternità: il Governo decide
la scelta, il sindacato la realizza, per essere più precisi il governo ha deciso
l' entità economica (3 mila miliardi) e dove operare (pensioni di anzianità) la
responsabilità del taglio deve essere assunta dal sindacato, e se il sindacato
si sottrae a questa scelta di "concertazione" lo scontro sarà duro, e
come sottolinea il Dott. Cipolletta si può risolvere anche con un provvedimento
di tipo legislativo autonomo da parte del Governo. Su questa materia una
maggioranza parlamentare si trova !
Anche
per tali ragioni, a mio avviso, si è voluto collocare il Dpef in un programma
di governo di più ampio respiro, da fine legislatura, all' interno di una
proposta classicamente di centro, o neo-moderata, delineata socialmente, alla
ricerca di un consenso nel Paese superiore alla stesse forze parlamentari che
sostengono l' attuale governo.
Il
discorso del Presidente del Consiglio sul Dpef è stato netto sul piano dei
vincoli internazionali, della rigidità del patto di stabilità, del modello
sociale, tutte le scelte proposte si collocano all' interno della logica
monetaristica, si muovono quasi in maniera ossessionante nella direzione della
riduzione del deficit, del risanamento dei conti pubblici, in un contesto di
modernizzazione del paese ove non solo non si intravedono gli elementi d'equità
e di giustizia sociale ma il pericolo dell' allargamento d'iniquità e di
diseguaglianze sociali.
Credo
importante sottolineare che Il Dpef è uno strumento d'indirizzo su cui
successivamente vengono assunti due strumenti legislativi la Legge Finanziaria
e il Bilancio dello Stato, esemplificando potremmo affermare che il Bilancio è
l' operazione di cassa per l' anno mentre la Finanziaria opera anche con
interventi di carattere strutturale che intervengono anche nei prossimi anni: e
questo avviene solitamente o con la Finanziaria o con le Leggi d'accompagnamento
alla stessa.
Se
partiamo dalla manovra finanziaria del Governo Amato del 1992, la più pesante
di questo decennio, di 93 mila miliardi, e sommiamo i vari provvedimenti sino
ad arrivare a quello del 1998 del Governo D' Alema di 14.700 miliardi, tra
manovre finanziarie e manovre correttive si e operato su 384.000 miliardi e se
aggiungiamo le previsioni dell' attuale finanziaria raggiungiamo la cifra di
400 mila miliardi, una cifra enorme, impressionante.
Ritengo
necessario ricordare che Ciampi, come Ministro del Tesoro, dopo il varo della
Finanziaria 98 prevedeva per questo anno una finanziaria leggera di quattro ,
cinque mila miliardi. La scelta fatta da Amato invece è stata quella di operare
un taglio di 14 mila miliardi senza un riequilibrio sul versante delle entrate,
a differenza della manovra finanziaria del 1998 che aveva previsto una
correzione rispetto all' andamento tendenziale con 12 mila miliardi 880 milioni
di tagli e 12 mila miliardi e 120 milioni di maggiori entrate.
Il
nostro giudizio negativo al Dpef riguarda:
1)
i criteri di composizione della manovra, si opera solo sul lato dei tagli e
questa scelta incide negativamente sulla condizione sociale, abbassando
diritti, creando le condizioni per ulteriori discriminazioni sociali.
2)
Si prevede un tasso di crescita sottostimato e per questa via non si opera in
direzione dell' allargamento della base produttiva né in direzione di
correggere le gravi iniquità fiscali registrate con l' introduzione dell' Irap.
Nella stessa discussione parlamentare sul Dpef non si è risposto alle ragioni
del perché l' Italia ha avuto nel 1998 una crescita modesta, del solo 1.3%,
mentre nell' area dell' Euro il tasso di crescita del Pil è stato pari al 3% e
in alcuni paesi anche superiore, come Francia 3.2 e Spagna 3.8.
Le
previsioni di crescita per il prossimo anno sono modeste, di poco superiore al
2%, esattamente del 2.2 e l' incremento dell' occupazione dello 0.8% con un
blocco sostanziale delle retribuzioni.
3)
Nella sostanza si pensa di realizzare politiche di sviluppo accentuando le
privatizzazioni, elargendo incentivi alle imprese e creare occupazione
attraverso l' accentuazione di forme di flessibilità del mercato del lavoro.
Siamo
venuti a conoscenza, da un'intervista ad un quotidiano da parte del neo
Ministro del lavoro Cesare Salvi, che nel Dpef vi erano norme sulla libertà di
licenziamento. Lo stesso ministro ha precisato che nella bozza presentata al
Consiglio dei Ministri vi era chi prevedeva la sospensione dello Statuto dei
lavoratori nelle imprese che superano la soglia dei 15 addetti.
Si
tratta di una ricetta vecchia, di scelte già fallite, una spinta forte alla
americanizzazione, di un nuovismo esemplificabile con la campagna di
contrapposizione tra giovani ed anziani.
4)
Per quanto riguarda la questione fiscale, credo necessario ricordare che le
aliquote complessive per le imprese erano nel 1997 pari al 53,2% a cui
bisognava aggiungere l' imposta patrimoniale che portava l' aliquota
complessiva attorno al 60%.
Oggi
l' aliquota massima si colloca attorno al 41,25% e quella minima ottenibile con
l' applicazione della Dual Income Tax (Dit) si riduce sino al 31,25 % portando
il livello di tassazione delle imprese del nostro Paese, tra i più bassi in
Europa.
In
un recente studio promosso dal governo Olandese si evidenzia che i nuovi
investimenti sono oggi tassati in Italia con un'aliquota marginale del 17,73,
rispetto ad una media europea del 24.30%, aliquote inferiori sono presenti
soltanto in Svezia e in Grecia, aliquote superiori invece in tutti i rimanenti
12 Paesi Europei, con Germania al 37.02 e la Francia al 40.71.
Con
l' introduzione dell' Irap le imprese italiane hanno risparmiato circa 14 mila
miliardi: il paradosso è che il risparmio è avvenuto prevalentemente a livello
di grandi imprese, mentre le piccole imprese spesso hanno avuto un
accentuazione della pressione fiscale.
Con
il risultato ad esempio che L' Eni ha risparmiato circa 1000 miliardi, 600
Telecom e Fiat, 1500 il sistema Bancario.
Vorrei
a questo punto fare una riflessione di carattere più generale per quanto
riguarda i risultati conseguiti con le politiche sindacali di questi anni,
vorrei, se pur brevemente, avviare una riflessione su cosa concretamente è
avvenuto in merito ad occupazione, alla difesa dei salari, dell' equità fiscale
e sviluppo economico.
L'
arco di tempo preso in esame va dall' inizio degli anni novanta, a partire
dagli accordi del luglio 92 e 93 ad oggi, un periodo che potremmo definire
"della fase delle politiche concertative". C'è giustamente chi
ricorda che questa fase è inizia il 10 dicembre del 1991, quando venne firmato
il primo accordo per il superamento della scala mobile.
Se
confrontiamo i dati della realtà, con i buoni propositi che sono stati alla
base delle politiche concertative, vediamo che i "buoni propositi" in
buona parte sono rimasti tali rispetto alla realtà.
L'
unica cosa che concretamente è avvenuta in questi anni è la caduta verticale
del conflitto sociale e il progressivo instaurarsi di un'autentica pace
sociale.
Infatti
siamo passati dalle oltre 100, 130 mila ore annue perse per conflitti di lavoro
negli anni 80, alle 36 mila all' inizio degli anni 90 , alle attuali circa 10
mila con punte anche inferiori della metà come nel 1995.
Le
ore di sciopero oggi sono un decimo di quelle degli anni ottanta e meno di un
terzo dell' inizio degli anni 90.
Le
politiche dei redditi avrebbe dovuto conseguire un'equa ridistribuzione delle
risorse, creando nuova occupazione, difendere i salari, avviare un nuovo e
diverso sviluppo economico del paese a partire dalla drammatica situazione del
mezzogiorno , le cose non sono andate così..
Sul
versante dei salari, le retribuzioni contrattuali censite dall' ISTAT in questo
periodo hanno registrato una perdita del potere d' acquisto netto superiore
all' 1% , i livelli salariali si sono tenuti, nello stesso periodo
costantemente al di sotto degli incrementi di produttività, dal 1993 al 1997
circa due punti percentuali in meno all' anno.
Sempre
nello stesso periodo siamo in presenza di un calo costante dell' incidenza del
monte retribuzioni sul Pil passando dal 30% del 1990 al 27,5 nel 1998.
Contemporaneamente gli utili alle imprese sono cresciuti, infatti la crescita
dei proventi derivanti dalla attività imprenditoriale e del lavoro autonomo che
al netto degli ammortamenti, passa dal 45.6% del 1990 al 47.4 del 97.
Questa
crescita di profitti non si è però tradotta in crescita degli investimenti, dal
momento che l' incidenza della quota d'ammortamenti sul valore aggiunto è
sostanzialmente rimasto costante attorno al 12%, mentre è cresciuto il flusso
d'investimenti diretti all' estero + 18.6% nel 1997, pari a 3.456 miliardi di
dollari come ricorda il recente rapporto CNEL sulla coesione sociale.
L'
Istat sottolinea che non è nelle dinamiche retributive o in quelle distributive
che possono venire ostacoli alla crescita dell' occupazione, ma nella ridotta
disponibilità ad investire da parte delle imprese più che dall' andamento delle
retribuzioni dei lavoratori dipendenti. Quando Ciampi ha sollevato con forza
questo problema, aggiungendo alle due considerazioni sopra richiamate una terza
riguardante i bassi tassi negli interessi bancari, lo hanno eletto Presidente
della Repubblica e hanno messo al suo posto Amato.
Il
costo del lavoro è diminuito: in un recente studio di Eurostat si raffronta il
costo di un'ora di lavoro nel settore industriale tra i vari Paesi europei. Da
questi dati risulta che: Germania, Belgio, Francia, Austria, Danimarca,
Norvegia e Finlandia hanno un costo del lavoro superiore al nostro e solo
Irlanda, Spagna e Portogallo hanno un costo del lavoro inferiore.
Per
quanto riguarda i redditi da lavoro dipendente è importante sottolineare che l'
Italia è il paese in Europa ove il ventaglio dei redditi è il più ampio tra
redditi alti e redditi bassi. A titolo di cronaca uno dei moralizzatori della
vita pubblica del Paese, il Governatore della Banca d' Italia Antonio Fazio, da
Governatore ha uno stipendio di quasi tre volte quello del suo predecessore: un
miliardo e 17 milioni contro i 432 milioni che percepiva Carlo Azelio Ciampi.
Sarebbe interessante sapere cosa ne pensa il Fondo monetario Internazionale, la
Banca Mondiale, la Banca Europea, e via di seguito.
Recenti
ricerche inoltre sottolineano come nel nostro Paese crescono i lavori a bassa
remunerazione. Questi dati in parte erano già presenti nell' indagine sulla
povertà della Commissione presieduta da Pierre Carniti ove si sottolineava che
per la prima volta oltre 500 mila lavoratori dipendenti erano caduti nella
fascia di povertà. L' analisi in quel caso riguardava prevalentemente il mix
tra numero dei componenti il nucleo familiare e reddito del capo famiglia
spesso unico lavoratore occupato, in questa ricerca si indagano invece il
rapporto esistente tra livello retributivo e il tipo di rapporto di lavoro,
precario, a tempo determinato o flessibile.
Per
quanto riguarda l' occupazione, sempre analizzando il periodo il maggior numero
di occupati si è avuto nel luglio del 1991 con un tetto di 21 milioni e 800
mila occupati e un tasso di disoccupazione del 10.6%; negli anni successivi
assistiamo ad un progressivo decrescere del numero degli occupati sino agli
attuali poco più che 20 milioni.
Quello
che rende grave la situazione del Paese sul versante dell' occupazione è il
basso tasso di attività attorno al 48%, uno dei più bassi in Europa, il più
basso in Europa per quanto riguarda il tasso di attività femminile di poco
inferiore al 35%; questo dato nasconde indubbiamente anche una consistente e
vasta area di lavoro nero, con conseguenze serie sul versante dell' evasione
contributiva e fiscale. L' Inps ha accertato nel primo trimestre di quest' anno
21.000 lavoratori a lavoro nero, l' evasione contributiva dilaga nelle nuove
tipologie del lavoro, irregolare, precario, discontinuo, parziale, interinale.
La distribuzione territoriale della evasione accertata è indicativa: nei
settori industriali ai primi posti vi è la Lombardia e il Veneto e per quanto
riguarda l' agricoltura la Campania e la Puglia.
I
dati della disoccupazione giovanile sono preoccupanti: oltre il 30% è al
disotto dei 25 anni ed ha una bassa scolarizzazione, tra i 20 e i 25 anni il
38.2% dei disoccupati ha la sola licenza elementare, il recente rapporto CNEL ,
indica che tra i giovani i disoccupati di lunga durata sono il 70% del totale.
Rilevazioni
statistiche recenti indicano che siamo oggi in presenza di un incremento
occupazionale, con una crescita del +0,2% rispetto allo stesso periodo dello
scorso anno, nel centro nord si realizza un aumento del +0.3% e nel mezzogiorno
solo dello +0.1%. Contribuiscono in maniera significativa a questo progresso
occupazionale il settore terziario e quello delle costruzioni, il tasso di
disoccupazione destagionalizzato risulta decrescere dal 12.2 al 12.1% e gli
occupati risultano 20 milioni 423 mila.
Si
tratta in sostanza di un incremento di 282 mila unità , crescita che è in buona
parte derivante da un incremento dell' occupazione a termine, la cui incidenza
sul totale degli occupati è passato, in un anno dall' 8.6% all' 10.6 dell'
occupazione complessiva.
I
contratti a termine sono aumentati del 20.1% per i giovani inferiori ai 29 anni
e del 7.8% per gli altri lavoratori, quelli a tempo parziale sono passata sull'
occupazione complessiva dal 7.3% al 7.9%, la diffusione del lavoro temporaneo
si è incrementata in particolare al nord passando dal 6.7% al 9.3%, in
particolare nel settore dei servizi si è passati dall' 8% al 10.5% e in
agricoltura dal 33.1% al 35.5%.
L'
occupazione temporanea è aumentata soprattutto tra i giovani dai 15 ai 29 anni
la cui incidenza è passata dal 16.6% al 20.1%
Il
lavoro interinale introdotto con il patto per il lavoro ha collocato circa
40.000 prestazioni pari a 4.000 mila occupati a tempo pieno.
Nel
periodo l' incremento numerico complessivo per quanto riguarda le forme di
occupazione precaria e flessibile è stato il seguente: i contratti di
formazione lavoro sono passati dall' inizio degli anni 90 da circa 150 mila a
circa 290 mila; i contratti a tempo parziale da 171 mila nel 1993 agli attuali
297.000; i contratti a tempo determinato da 890 mila ad oltre un milione e 750
mila.
Dalla
lettura di questi dati si possono tirare le seguenti considerazioni:
1)
il tasso di disoccupazione in tutto questo periodo e rimasto sostanzialmente
stabile con un tasso leggermente superiore al 12%, attualmente 12.2%
destagionalizzato;
2)
l' occupazione proveniente da rapporti di lavoro a tempo determinato nelle
varie forme (formazione lavoro, tempo parziale, tempo determinato, lavoro
interinale), incide in maniera progressiva sul peso della forza lavoro
occupata, diventando superiore al 10%;
3)
sostanzialmente siamo in presenza della sostituzione di una quota di lavoro a
tempo determinato con forme di lavoro a tempo indeterminato, con evidenti
conseguenze sul piano dei livelli retributivi e delle tutele sindacali, senza
un abbassamento reale della disoccupazione.
A
questo aggiungiamo che la quota derivante dal popolo del 10%, coloro che
svolgono un'attività di collaborazione coordinata e continuativa, lo scorso
anno sono risultati pari ad 1milione 569 mila, pari al 6% dell' insieme degli
occupati.
Una
recente ricerca promossa dallo Spi CGIL e realizzata dall' IRES, dà un bel
colpo all' immagine giovanilistica per coloro che svolgono un'attività di
collaborazione coordinata e continuativa, infatti la metà degli iscritti al
fondo risultano avere un' età superiore ai 40 anni e il 37,63% addirittura
oltre i 45 anni. Quindi è una delle tante leggende metropolitane sostenere che
questo fondo è stato istituito sostanzialmente per dare una tutela al lavoro
dei giovani.
Mi
sembra superfluo sottolineare tra di noi che il livello di sindacalizzazione di
questi lavoratori e di quelli che hanno un rapporto di lavoro flessibile è
praticamente nullo e questo pone un problema molto serio al sindacato in merito
alla nostra rappresentanza sociale.
I
dati sopra richiamati indicano anche i terreni su cui in questi anni abbiamo
condotto una critica da sinistra alle politiche concertative e rivendicato una
svolta nelle politiche del sindacato.
Non
intendo riprendere l' insieme dei temi di carattere più generale su cui
intendiamo avviare il confronto nella sinistra sindacale, li voglio solo
richiamare come un indice, degli appunti su cui lavorare.
Penso
che i seguenti punti possono essere una buona base per avviare il nostro
confronto. Per questo credo che con molta nettezza dobbiamo batterci:
-
per uno stato sociale che alimenti lo sviluppo;
-
per una spesa sociale pari alla media europea;
-
contro i tagli previdenziali;
-
per il superamento dei ticket sanitari;
-
per politiche di prevenzione a partire dalla sicurezza nei luoghi di lavoro;
-
per politiche attive per il lavoro;
-
per organizzare meglio di quanto ora facciamo i disoccupati e i lavoratori
socialmente utili;
-
per avviare politiche territoriali programmate in cui l' ambiente e il patrimonio
culturale, le risorse umane e sociali vengano assunte come una ricchezza;
-
contro i Contratti d' Area utilizzati come strumenti di per la riduzione dei
livelli retributivi e dei diritti.
-
perché concretamente si realizzi una seria e qualificata lotta all' evasione
fiscale;
-
per forme di controllo sul capitale speculativo introducendo nel nostro Paese
provvedimenti quali la Tobin Tax;
-
per ridurre la pressione fiscale sul lavoro dipendente;
-
per una vera politica per il reperimento di risorse necessarie a politiche di
sviluppo per creare nuova occupazione.
-
contro le privatizzazioni selvagge;
-
perché vi sia un ruolo dell' intervento pubblico in economia, si avviino
politiche settoriali capaci di intervenire sulla nostra struttura produttiva al
fine di renderla competitiva sul piano internazionale.
-
per sviluppare un'organica politica per il mezzogiorno anche attraverso l'
utilizzo di un'apposita agenzia.
Ma
che sinistra sindacale saremmo se non assumessimo i temi della democrazia e
della partecipazione democratica come assi centrali della nostra iniziativa:
per questo dobbiamo da subito sviluppare una forte iniziativa perché il
Parlamento approvi rapidamente la legge sulle Rsu, consegnando ai lavoratori il
diritto di eleggere democraticamente i loro rappresentanti e alle RSU il potere
pieno di contrattazione nei luoghi di lavoro.
In
merito alla riduzione degli orari penso che deve riaprirsi una discussione che
investa l' intero sindacato al fine di superare le polemiche del passato in
merito alla Legge, visto tra l' altro, che il congresso della CES ha deciso che
tra gli strumenti da adottare per la riduzione degli orari di lavoro vi è anche
l' uso della Legge.
Stiamo
andando verso la conclusione della fase dei principali rinnovi contrattuali: il
nostro giudizio su questo ciclo di rinnovi contrattuali è negativo. Con molta
onestà bisogna riconoscere che chi pensava di conseguire sulla riduzione degli
orari di lavoro qualche risultato significativo è stato deluso, con il rinnovo
contrattuale non abbiamo portato a casa niente o quasi niente, credo che sia un
punto sul quale non noi ma altri debbano meditare.
Nelle
settimane scorse alcuni giornali hanno comunicato la notizia del rapporto che
il Ministro del Lavoro Martine Aubry ha presentato al Parlamento francese sulla
Legge delle 35 ore, dal quale risulta che in Francia i lavoratori che sono
stati assunti in conseguenza della legge, nei primi otto mesi di applicazione
della stessa, sono stati 57 mila contro i 40 mila previsti. Nel rapporto si
precisa che su quattro posti di lavoro creati tre sono nuovi ed uno corrisponde
ad un licenziamento mancato.
Vorrei
riportare alcuni stralci di questo rapporto, credo interessanti e educativi:
In
merito all' atteggiamento del padronato francese che si era dichiarato contro
alla legge, il Ministro scrive nel rapporto:
"Le
cose stanno cambiando, prima le imprese sostenevano che non avrebbe mai
utilizzato il provvedimento, oggi le imprese che stanno trattando sono una su
due".
In
merito alla contrapposizione riduzione dell' orario e salario, il rapporto
dice:
"Nel
1998, l' anno in cui è stato avviato il processo, i salari hanno visto
aumentare il loro potere d' acquisto come non era mai accaduto negli ultimi 20
, un aumento pari al 3%".
In
merito alla occupazione in senso generale:
"le
imprese che sono passate da 39 a 35 ore hanno aumentato i loro effettivi dell'
8%,"
Come
si vede i fatti indicano che le ragioni, spesso strumentali e propagandistiche,
utilizzate contro la Legge, anche da parte sindacale, non corrispondono ai dati
della realtà, almeno della realtà francese quella descritta dal Ministro del
lavoro nel suo rapporto al Parlamento.
Care
compagne e compagni.
con
questa nostra iniziativa intendiamo aprire una fase nuova nei rapporti a
sinistra nel sindacato. Abbiamo avanzato una proposta precisa e chiara, che
mettiamo a disposizione della discussione. Da parte nostra ci mettiamo senza
ambiguità a disposizione di questo progetto, di questo percorso comune, come
"area" valuteremo a partire dall' incontro di oggi e poi nel nostro
coordinamento nazionale, lo sviluppo di questo lavoro. Mi auguro che questo 14
luglio oltre ad essere la data che ricorda un grande evento del passato sia per
noi anche un nuovo inizio.
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1 - Premessa 1.1 Le ragioni di una alternativa nella Cgil Il lavoro ha perso la propria centralità, il potere di acquisto dei salari è diminuito a livello mondiale, i giganteschi processi di cambiamento che si sono realizzati negli ultimi anni sul terreno economico, politico e sociale hanno determinato una imponente concentrazione di ricchezza e di poteri che ha ancora di più diviso nazioni e territori e reso secondari e subalterni i meridioni esistenti. Popolazioni già povere diventano più povere ed escluse, mentre un numero sempre più ristretto di grandi concentrazioni industriali, economiche e finanziarie domina la scena internazionale ed italiana sottraendo l'economia e l'informazione al controllo pubblico e collettivo con evidenti rischi anche per la democrazia. C'è una pericolosa tendenza al conflitto armato, alla sperimentazione nucleare e dunque la pace si ripropone come obiettivo centrale e strategico, prioritario per l'intera comunità mondiale. I vincoli imposti dal trattato di Maastricht alle economie dei paesi europei si traducono nello smantellamento dello stato sociale. Rischia di affermarsi in particolare nel nostro paese un modello economico e sociale che frantuma valori, degrada territori, accentua gli squilibri tra Nord e Sud. Nel Mezzogiorno d'Italia intere generazioni sono escluse dal lavoro mentre in aree del Nord si afferma un modello di produzione senza regole e diritti; si sperimentano al Sud linee d'intervento pericolose che rischiano di affermarsi nell'intero paese. Cambiare e combattere questo stato di cose è la ragione centrale di una linea alternativa nella CGIL; restituire valore e centralità al lavoro costituisce l'obiettivo strategico di una battaglia politico- sociale che proponiamo a tutte le iscritte ed iscritti. Con gli accordi del 31 Luglio '92 e 23 Luglio '93 di abolizione della scala mobile e sulla politica dei redditi, poi con l'accordo sulle pensioni, il sindacato italiano ed in particolare la CGIL hanno accettato questo stato di cose; si è affermata una linea compatibilista e subalterna al quadro politico. Contro questi accordi, in particolare su quello pensionistico, si è espresso il dissenso dei lavoratori e degli iscritti; i dirigenti e le dirigenti, le militanti e i militanti che quel dissenso hanno condiviso e rappresentato nella CGIL promuovono questo documento per il XIII Congresso per dare continuità a quelle battaglie sindacali. Il Congresso deve ora compiere un bilancio della linea strategica e rivendicativa praticata in questi anni; non possiamo che registrarne il fallimento, infatti: •L'accordo sulla politica dei redditi non ha garantito la difesa dei salari logorando l'autonomia contrattuale del sindacato. •L'accordo sulle pensioni, contrastato da parte rilevantissima di lavoratori e pensionati, ha seguito la stessa logica, indebolito la rete dei diritti, reso ancora più vulnerabile lo stato sociale. •Sono peggiorate le condizioni di vita e di lavoro di migliaia di lavoratori e pensionati. •Il paese vive una grave crisi democratica e istituzionale. •Si sono realizzati massicci processi di privatizzazione, si sono concentrate nelle mani di pochi ricchezze e poteri enormi. Occorre dunque una svolta programmatica e strategica che abbandoni le linee rivendicative di questi ultimi anni; la concertazione entro i vincoli dettati dal modello economico e sociale liberista non difende ma anzi indebolisce, divide e frantuma il movimento dei lavoratori. Una linea alternativa di cambiamento radicale deve comprendere: •La ricostruzione di un movimento di lotta, di una forte iniziativa generale ed unitaria per il recupero di salari e stipendi e per ripristinare un meccanismo automatico di difesa del potere d'acquisto dall'inflazione. •Una piattaforma che intervenga sugli orari, per una riduzione generalizzata a parità di salario. •La difesa dello stato sociale, il recupero di una adeguata previdenza pubblica. •Proposte concrete per un diverso ed equilibrato modello di sviluppo. •La valorizzazione, che deve attraversare tutta la futura azione contrattuale, del lavoro manuale, subordinato ed esecutivo che ha subito una marginalizzazione sociale e materiale. •Una riforma fiscale in cui equità significhi lotta all'evasione e tassazione di rendite e patrimoni. •La revisione del trattato di Maastricht per una Europa sociale e dei popoli piuttosto di quella del capitale. Una diversa qualità dello sviluppo, una pubblica amministrazione autonoma, efficace ed efficiente, uno Stato Sociale rinnovato ed un sistema fiscale equo hanno bisogno di essere sostenuti da una rete di poteri, di controlli e di partecipazione democratica fondata su un rilancio delle autonomie locali e del regionalismo a partire dalla riconferma delle ragioni storiche, culturali e linguistiche che sono state alla base della creazione delle provincie e regioni autonome. La CGIL è ad un passaggio delicato, non basta la svolta politica; o viene avviata, contemporaneamente, una profonda e straordinaria riforma anche morale dell'organizzazione o rischia di deperire come grande, autonoma, democratica organizzazione di lavoratori e lavoratrici. Si tratta di portare a trasparenza tutte le forme di finanziamento, di rompere ogni logica di consociativismo subalterno con il governo e con il padronato. Recuperare, innovando, alcuni valori decisivi diviene un vincolo obbligato; la militanza, il rinnovo delle deleghe, la piena democrazia costituiscono alcuni degli elementi che possono far recuperare, come diceva Di Vittorio, "personalità ed una forte autorità morale alla CGIL". Colpisce la qualità del rapporto con il governo Dini consociativo e subalterno, proprio mentre, anche sotto questo governo, si vanno realizzando e consolidando imponenti processi di concentrazione di ricchezze e di poteri e continua a ridursi il potere di acquisto dei salari. L'autonomia della CGIL dal quadro politico diviene, allora, valore fondante per la sua riorganizzazione complessiva; è il progetto e la pratica concreta di cui la CGIL si deve dotare per fare fronte alle trasformazioni che in questi anni sono state introdotte nella organizzazione delle produzioni, dei saperi, delle relazioni fra le donne e gli uomini, fra le classi. Si tratta di superare un modello di vita interna che non regge più, non basta la garanzia della presenza delle posizioni di minoranza negli esecutivi se poi la gestione politica e materiale dell'organizzazione è tutta, e strettamente, di maggioranza; una nuova confederalità deve esprimere una capacità forte di modificare proposte e soluzioni nella ricerca dell'unità dei lavoratori e della CGIL, come, ad esempio, doveva essere e non fu fatto, di fronte al dissenso di massa sull'accordo sulle pensioni. Il XIII Congresso della CGIL deve misurarsi con questo problema pena il progressivo impoverimento interno del confronto e della dialettica. In questi anni migliaia di lavoratori hanno abbandonato l'organizzazione attuando una separazione nella maggior parte dei casi dolorosa e silenziosa; il congresso, deve saper parlare anche a questi militanti avviando da subito e sul serio il rinnovamento e la moralizzazione. Su questa proposta chiediamo agli iscritti e alle iscritte il consenso per restituire alla CGIL una dimensione conflittuale e classista, confederale e democratica. 2 - Per la difesa del potere di acquisto di salari e stipendi 2.1 Una vertenza generale Dalla cancellazione della scala mobile il 31 Luglio del 1992 e con l'accordo del 23 Luglio del 1993 si è consolidata una politica di riduzione dei salari dei lavoratori dipendenti che ha comportato una perdita, per il biennio '94-'95, per il solo scarto tra inflazione programmata ed inflazione reale, del 3.5% del potere di acquisto dei salari. Insieme al taglio della spesa sociale, alla controriforma delle pensioni, al taglio degli ammortizzatori sociali e del sostegno al reddito, alla precarizzazione del lavoro e alla crescente disoccupazione si è determinato un processo generale di impoverimento delle classi lavoratrici che aumenta le disegualianze tra ricchi e poveri, accresce l'insicurezza sociale, introduce inaccettabili divisioni e gerarchie tra i lavoratori, marginalizza sempre più il mezzogiorno d'Italia dagli assetti sociali ed economici del paese. Si pone con tutta evidenza una emergenza salariale non solo come recupero dell'inflazione ma anche come salvaguardia dei livelli di vita e di consumo popolari. Gli ultimi rinnovi contrattuali hanno visto aumenti che al massimo hanno raggiunto il tetto di inflazione programmata del biennio '94-'95 (3.5 per il '94 e 2.5 per il '95) mentre l'inflazione reale viaggia oggi ('95) verso il 6%. Si pone dunque la necessità di una rivalutazione generale dei salari e degli stipendi che recuperi integralmente il potere di acquisto perso con l'accordo del 23 Luglio ad oggi (3.5 % circa 130.000 mensili). Le categorie nel rinnovo del secondo biennio del contratto nazionale, con una inflazione programmata del 6.5% nel biennio '96-'97, poichè questa si rivela nei fatti un vincolo solo per i salari, non possono più porla a base degli aumenti salariali se non con l'introduzione di un meccanismo automatico di recupero dello scarto. In ogni caso, essendo in un fase di ripresa economica che vede crescere il PIL, il puro recupero dell'inflazione non può essere il tetto invalicabile della dinamica salariale. Va dunque impostata una vertenza generale per il recupero del potere di acquisto di salari e stipendi che ponendo l'obiettivo di un recupero salariale uguale per tutte le categorie ha il valore di sottolineare il fatto che tutti i lavoratori hanno di fronte a loro gli stessi problemi e che ne rivendicano la soluzione attraverso obiettivi che ne consolidino unità e solidarietà, in particolare verso i lavoratori più deboli sul piano contrattuale. Con questa proposta di vertenza generale sul recupero del potere di acquisto di salari e stipendi, si aprono spazi alla contrattazione nazionale di categoria per affrontare anche la ridefinizione degli inquadramenti nella nuova organizzazione del lavoro, e alla contrattazione aziendale per affrontare il controllo della prestazione lavorativa sia sui salari aziendali (da non legare alla redditività dell'impresa) che sulle condizioni di lavoro, la salute, l'organizzazione del lavoro, i turni e gli orari di fatto. Porre una vertenza generale sul salario significa anche rivendicare il mantenimento su tutto il territorio del principio ad uguale lavoro uguale salario respingendo le richieste di introdurre nuovamente le gabbie salariali per il Sud nonchè le ulteriori flessibilità salariali relative all'estensione dei contratti di formazione lavoro. 2.2 La nuova scala mobile L'eliminazione della scala mobile il 31 Luglio del 1992 e l'introduzione della politica del redditi con l'accordo del 23 Luglio del 1993, che si è rivelata politica di un solo reddito, quello dei lavoratori dipendenti, ha dimostrato nei fatti la propria negatività. Non è accettabile allora pensare ad una continua rincorsa per recuperare il potere di acquisto eroso dall'inflazione con la conseguenza di comprimere tutta l'azione sindacale al raggiungimento di questo risultato. Va quindi reintrodotto un meccanismo di recupero automatico del potere di acquisto dei salari rispetto all'inflazione; ciò può avvenire su base annua corrispondendo a fine di ogni anno la quantità relativa al riallineamento con l'inflazione reale. La reintroduzione di un meccanismo di riallineamento automatico di salari e stipendi rispetto all'inflazione è connesso ad un recupero di senso della contrattazione nazionale di categoria che dovrà vedere, per la sua parte salariale, rinnovi in cui sia compresa la redistribuzione della produttività e la previsione realistica dell'inflazione per la vigenza contrattuale; in tal modo si rompe la gabbia dell'accordo del 23 Luglio che consentirebbe al massimo un recupero parziale dell'inflazione. 3 - Ridurre e redistribuire i tempi di lavoro per cambiarlo e
difendere l'occupazione 3.1 Occupazione e sviluppo Il modello della competizione sul mercato mondiale, dell'uso di tecnologie per risparmiare lavoro e della crescita di produttività del lavoro senza redistribuzione hanno come condizione ed obiettivo la crescita della disoccupazione, la precarizzazione del lavoro, la disgregazione della classe lavoratrice e l'affermazione dell'individualismo. Va respinto nei luoghi di lavoro e nel territorio, come sul piano legislativo, ogni atto teso a disgregare la classe lavoratrice attraverso la estensione del lavoro a termine stagionale, del lavoro interinale e delle attività di consulenza svolte all'interno delle imprese committenti. L'occupazione e la riduzione dell'orario di lavoro rappresentano quindi il terreno centrale di scontro tra lavoratori e padronato sul piano sindacale, culturale, politico. È in gioco il futuro della società, gli spazi di giustizia, le possibilità di agire liberamente. La redistribuzione del lavoro tra tutte e tutti, tra aree geografiche di alto e basso sviluppo, cosicchè sia il lavoro a redistribuirsi e non la gente a migrare; la riduzione dell'orario a parità di salario che, tenendo conto del rapporto tra lavoro produttivo e riproduttivo, ridefinisca anche tempi e modi di lavoro a misura di donne e di uomini; la creazione di nuovo lavoro che risponda alle esigenze insoddisfatte di servizi sociali e di produzione agricola e manifatturiera ed alta intensità di mano d'opera che sia finanziato e sostenuto dall'intera collettività; rappresentano l'insieme di obiettivi di lotta per l'occupazione. Dietro la cosiddetta flessibilità si sta aprendo la strada ad orari di fatto ben superiori alle 40 ore settimanali, alla precarizzazione dei rapporti di lavoro e alla destrutturazione del mercato del lavoro. Anche nel pubblico impiego sono in forte espansione i contratti a termine e i contratti a prestazione d'opera per lavori normali, l'utilizzazione di personale in lavori socialmente utili viaggia verso il 10% della forza lavoro. Il collocamento sta per essere smantellato e privatizzato, gli ispettori del lavoro mancano (2.000) e vengono in parte sostituiti dai Carabinieri, la chiamata diretta ormai sostituisce persino la chiamata nominativa, i soggetti deboli possono avere il periodo di prova allungato in deroga a leggi e contratti, l'intermediazione privata di manodopera, sia legale che non, e' ormai pratica; sul lavoro interinale, gia' di per se' negativo, c'e' un pessimo disegno di legge governativo in Parlamento, cosi' come chiedono le multinazionali del settore. Gli anni '80 hanno diffuso nuovamente tra lavoratrici e lavoratori vecchi pregiudizi nei confronti delle persone con disabilità per il 90% delle quali il lavoro resta un sogno; va ottenuto a loro favore reali "pari opportunità" nel pieno riconoscimento dei loro diritti di libertà e autodeterminazione. La internazionalizzazione dei mercati toglie sovranità allo stato- nazione che abbiamo conosciuto; la CGIL opera per l'affermazione di entità istituzionali sovranazionali e multietniche in cui tutte le comunità interessate possano riconoscersi; dalle risposte che darà nel prossimo futuro sul lavoro e sul suo tempo, sulla sua distribuzione e sulla sua qualità, il sindacato potrà dare un importante contributo ad una società più giusta. 3.2 La riduzione dell'orario a parità di salario Mentre il padronato ed il governo intendono rispondere alla disoccupazione attraverso una redistribuzione regressiva delle occasioni di lavoro cioè tramite la precarizzazione, il lavoro interinale, le gabbie salariali e l'estensione dei CFL, il Sindacato e la CGIL debbono proporre la riduzione generalizzata dell'orario di lavoro a 35 ore a parità di salario come compenso della produttività e come scelta sociale delle pubbliche istituzioni. Già da ora, a partire dalle situazioni di crisi industriali, la riduzione dell'orario deve essere rivendicata in alternativa agli esuberi; in tal modo si apre concretamente la strada affinchè la prossima stagione dei rinnovi contrattuali avvenga nel quadro di una vertenza generale per la riduzione dell'orario a 35 ore a parità di salario da articolarsi poi nei CCNL. Nei cicli continui, nelle attività a 3 turni avvicendati, nei settori dove viene richiesto un aumento dell'utilizzo degli impianti o il prolungamento dell'attività degli uffici e degli sportelli la riduzione deve raggiungere le 32 ore. Per la riduzione dell'orario può essere realizzato un fondo di sostegno pubblico riconvertendo una parte delle risorse destinate alla CIG, ai finanziamenti per i prepensionamenti e una parte dei consistenti incentivi alle imprese. Sul piano contrattuale la contrattazione aziendale e i prossimi CCNL dovranno destinare alla riduzione dell'orario la parte preponderante degli incrementi di produttività. L'articolazione non contraddice il carattere generale e confederale dell'iniziativa per la riduzione dell'orario che deve vedere un collegamento e coordinamento a livello europeo. Per questo la CGIL si farà portatrice presso la CES, ma anche con rapporti bilaterali con i sindacati europei, di una proposta di realizzare il 1 Maggio 1996 una giornata di lotta europea per la riduzione dell'orario con manifestazioni nazionali in tutte le capitali. 3.3 Creare lavoro, per i lavori fuori mercato, per la natura e la
persona La creazione di nuovi lavori non solo e' necessaria ma anche possibile: sia attraverso la redistribuzione del lavoro con la riduzione d'orario, sia con il rilancio della produzione agroalimentare e manifatturiera che attraverso l'espansione dei servizi sociali. Elemento essenziale sara' sia il rilancio della ricerca e progettualita' sia la formazione e riqualificazione professionale. È ormai evidente che nè il mercato nè lo stato sono in grado di rispondere efficacemente alle domande reali delle persone, e che anzi sempre più le persone e la natura vengono a questi sacrificati. È quindi decisivo che il movimento operaio abbia il suo punto di vista, le sue proposte ed il suo progetto di lavori necessari a migliorare il benessere dei singoli e della collettività, l'ambiente (in particolare il recupero del territorio) e la solidarietà internazionale. In particolare nel Sud del nostro paese possono essere progettati e realizzati nuovi lavori che sappiano rispondere a vecchi e nuovi bisogni sia degli abitanti che del territorio. Occorre rivedere drasticamente la normativa attuale sui lavori socialmente utili, una sorta di lavoro nero legalizzato e sottopagato, per lanciare una grande campagna di espansione dei "lavori sociali", possibilmente gestiti in proprio dallo Stato e dagli Enti locali. Schierarsi contro il blocco delle assunzioni nel pubblico impiego. Cominciare a far diventare operativi i progetti lanciati anni fa da Legambiente e assunti dal movimento sindacale sarebbe un primo passo concreto, cui far seguire e accompagnare l'espansione di servizi alla persona, al territorio, all'ambiente, alla mobilita' territoriale (ad es. invece dell'alta velocità il risanamento dei centri storici delle città). Si tratta di lavori a forte componente umana e forte valenza sociale i cui benefici ricadrebbero sull'intera collettivita', su cui dovrebbero quindi ricadere i costi. Riproduzione e produzione sono, ancora oggi, visti come fatti separati, l'una attiene alla sfera del privato, l'altra del sociale; è uno scarto che va colmato a partire dalla difesa della legislazione sulle lavoratrici madri con l'obiettivo del prolungamento dell'astensione obbligatoria e periodi congrui di congedi parentali. 3.4 Il sostegno al reddito La riduzione dell'orario, la redistribuzione del lavoro e a creazione di nuovo lavoro che sono le risposte generali al problema occupazionale non possono far dimenticare che è necessario dare prime ed immediate risposte a chi il reddito non ce l'ha: le disoccupate e i disoccupati, chi svolge lavori saltuari, precari, part-time, chi sta perdendo il lavoro. In questo quadro devono diventare obiettivi immediati di tutta la CGIL e di tutte le categorie l'innalzamento dell'indennita' di disoccupazione al 40%, la riorganizzazione degli ammortizzatori sociali, il superamento della loro applicazione ai soli settori della grande industria, la loro copertura contributiva a pieno titolo. 3.5 Difendere l'autonomia contrattuale e il diritto di sciopero delle lavoratrici e dei lavoratori pubblici e dei servizi La difesa dello stato sociale passa attraverso la riqualificazione e valorizzazione del lavoro pubblico; il blocco delle assunzioni riproposto da ogni legge finanziaria ha come conseguenza la riduzione e privatizzazione dei servizi. La stretta connessione tra qualità dei servizi e qualità del lavoro rende necessario ampliare gli spazi di intervento sull' organizzazione del lavoro e dei sevizi e sulla qualificazione professionale di tutti i soggetti interessati; va così rimosso lo storico sottoinquadramento dei dipendenti utilizzato come forma di risparmio. Vanno conquistati maggiori spazi contrattuali attraverso la revisione del decreto 29 (privatizzazione del rapporto di lavoro nel pubblico impiego) che ha tolto diritti e impone troppi vincoli a partire da quelli preventivi di bilancio. La parificazione dei diritti contrattuali tra lavoratori pubblici e privati passa solo attraverso lo sviluppo delle contrattazione sia di categoria che integrativa che deve prevedere un forte decentramento contrattuale e di gestione delle risorse economiche; ciò presuppone la piena autonomia di enti e aziende. La legge 146/90, fortemente limitativa del diritto di sciopero, nacque sull'onda di un frainteso modo di difendere i lavoratori utenti dei servizi pubblici. È attualmente in atto una campagna di attacco alla libertà di sciopero che punta ad una sua ulteriore limitazione tramite procedure di raffreddamento, referendum preventivi, aumento dei periodi di franchigia. Viene propagandata l'ideologia secondo la quale lo sciopero è un rapporto tra persone e non una manifestazione del conflitto presente nell'attuale società; se il sindacato rinuncia a difendere il diritto di sciopero proponendo "scioperi virtuali" finisce per diventare "virtuale" esso stesso. Il sindacato confederale deve essere promotore e garante di un patto intercategoriale fra i lavoratori del settore, i lavoratori delle altre categorie, le associazioni e i cittadini per la difesa, il potenziamento, la gestione dei servizi pubblici, superando in tal modo l'attuale normativa. 4 - Difendere lo stato sociale 4.1 Stato sociale e solidarietà Senza uno stato sociale compiuto solidarietà e' una parola vuota, per questo occorre rilanciare con forza l'idea di stato sociale universalistico e combattere l'ipotesi dilagante di stato sociale residuale, per i poveri, per i meno abbienti, di servizi sostitutivi di altre fonti di reddito. Schierarsi contro le privatizzazioni dei servizi ha anche questo significato, perche' solo una gestione pubblica puo' garantire universalita' e gratuita' delle prestazioni, puo' garantire alti livelli di servizi a tutte e tutti e condizioni di pari trattamento alle operatrici e agli operatori che siano dipendenti pubblici o privati. La tendenziale privatizzazione della previdenza, della sanita', della scuola, dei trasporti, dell'energia, dell'acqua, vanno in senso diametralmente opposto, garantendo chi gia' ha e penalizzando sempre piu' chi non ha i mezzi economici per garantirsi un livello minimo di servizi, con l'esito di dividere sempre piu' e in modo sempre piu' drastico la nostra societa' in due classi sempre piu' separate. 4.2 Spesa pubblica e fisco La possibilità di praticare una politica sociale consistente dipende tanto dalle decisioni di spesa quanto dalle risorse che una adeguata politica fiscale progressiva riesce a produrre. Così, prima di porre mano a qualsiasi riduzione delle spese sociali, occorre operare sulle entrate tributarie colpendo qualsiasi forma di evasione; in questo senso va radicalmente respinta la politica della normalizzazione del reato tributario implicita nei vari tipi di condono, su questa strada infatti si legalizza in modo definitivo il furto da sempre praticato dalle classi più abbienti. Al contrario occorre rivendicare una imposizione fiscale equa e direttamente rapportata alla ricchezza, a partire dalla patrimoniale. Sotto questo profilo è evidente che tutti i redditi personali e sociali vanno colpiti da imposta e, poichè la ricchezza finanziaria contribuisce ai redditi privati quanto la ricchezza immobiliare, anche i redditi che essa produce, così come ogni altro reddito, dovrebbero essere soggetti a tassazione. Anzi, dato il sistema di imposizione progressiva, in virtù del quale i redditi più elevati sono colpiti con aliquote più forti, i redditi derivanti dalla ricchezza finanziaria dovrebbero, al pari degli altri, confluire nella dichiarazione resa annualmente dal contribuente; questo principio trova già applicazione in alcuni paesi (per esempio in Danimarca e nei Paesi Bassi). Naturalmente una iniziativa di questo genere colpisce la connivenza tra politica di indebitamento del Tesoro e gli interessi dei sottoscrittori dei titoli pubblici (specialmente coloro che ne posseggono un gran numero), basata sul fatto che quei titoli, essendo al portatore, sono sottratti a qualsiasi imposta che non sia una ritenuta secca alla fronte. Sia per la patrimoniale che per i titoli di Stato, va stabilita una quota esente riferita alla prima casa e ad un valore di titoli che salvaguardi il risparmio familiare (100-200 milioni). 4.3 Previdenza Gli ultimi tre anni sono stati caratterizzati da un durissimo attacco alla previdenza pubblica che rappresenta una delle architravi dello stato sociale; ciò è avvenuto sia attraverso le leggi finanziarie e sia attraverso specifici provvedimenti ( legge 503 '92 Amato - legge 335 '95 Dini). Già la mancata risposta del sindacato contro i provvedimenti di Amato fu un grave errore a cui cercò di fare fronte il movimento di lotta dei consigli autoconvocati sino alla manifestazione nazionale a Roma del 27 Febbraio 1993. L'attuale normativa conseguente alla controriforma pensionistica del governo Dini risulterà peggiore rispetto a quella esistente prima della riforma del 1969 sia per quanto riguarda la percentuale di rendimento di pensione sul salario, sia per le condizioni di accesso alla pensione ( età pensionabile minima, contribuzione minima, pensioni di anzianità ). Ridimensionata organicamente con la controriforma la previdenza del futuro, un nuovo attacco sarà rivolto entro breve nei confronti dei lavoratori che diverranno pensionati durante la fase di transizione attraverso la cosiddetta clausola di salvaguardia che prevede la possibilità di ridurre le prestazioni se le gestioni dei fondi risultassero in disavanzo. Nei lavori stagionali, nel lavoro precario e nelle prestazioni assistenziali le più colpite saranno le donne, così come egualmente nella rivalutazione dei vecchi salari per il calcolo della pensione. Sin dal 1 Gennaio 1996, con l'istituzione dell'assegno sociale previsto dalla legge 335/95 in sostituzione dell'attuale pensione sociale, si determinerà un abbassamento dei limiti di reddito ai fini del conseguimento del diritto all'assegno medesimo da 15.500.000 a 6.280.000 lire annue. Con la controriforma delle pensioni il padronato viene facilitato nel realizzare l'obiettivo di una diminuzione del costo del lavoro attraverso la riduzione dei contributi previdenziali; il capitale finanziario e le compagnie di assicurazione, con l'istituzione della previdenza complementare avranno a disposizione grandi quantità di danaro da gestire; il governo potrà continuare a non rispettare gli obblighi di legge verso l'INPS di rifonderlo dell'assistenza erogata per le mancate entrate contributive, per la fiscalizzazione degli oneri sociali e per gli interventi a sostegno dell'occupazione. La situazione impone di riaprire la partita previdenziale; il sindacato deve costruire un movimento di massa che si basi sui seguenti obiettivi: •Contro l'evasione contributiva Il fondo pensionistico dell'INPS dei lavoratori dipendenti e privati ha bilanci solidi nonostante una evasione contributiva, in progressivo aumento, superiore a 40.000 miliardi all'anno. Il governo, ma anche l'isitituto, hanno grandi responsabilità favorendo di fatto l'evasione attraverso l'accettazione della riduzione del personale ispettivo; la nuova legge, anzichè provvedere all'ampliamento degli organici, attribuisce alla guardia di Finanza il compito di accertare l'evasione contributiva che viene incentivata dai continui condoni che incoraggiano le aziende ad evadere e versare la contribuzione solo se scoperte. Il sindacato deve dunque chiedere il ripristino dei 2500 ispettori previsti dall'organico INPS in luogo degli attuali 1500 effettivi; nel medio termine l'organico va raddoppiato. •Riformare la controriforma Va mantenuto il legame tra dinamica delle retribuzioni e pensioni, in modo che il potere d'acquisto della pensione, alla sua liquidazione, sia mantenuto nel tempo. La legge 335/95 va radicalmente modificata nei punti più iniqui ed antisolidaristici, in particolare: a. va garantita la possibilità per i lavoratori dipendenti di andare in pensione di anzianità con 35 anni di contributi previdenziali, indipendentemente dall'età anagrafica. b.stante il fatto che la legge 638/83 stabilisce un minimale retributivo su cui versare la contribuzione previdenziale, va stabilito un minimale di pensione mensile non inferiore ad 1/15 (un quindicesimo) dell'attuale minimo INPS (ad oggi lire 41.763) per ogni anno di contribuzione versata; il minimale dovrebbe essere liquidato a partire dal 60 anno di età, senza alcun limite minimo di contribuzione. c.vanno ripristinate al 1 gennaio 1996, anche per i titolari di assegno sociale, le tipologie ed i limiti di reddito già esistenti per il diritto alla pensione sociale di cui va elevata dalle attuali 125.000 lire a lire 250.000 mensili la maggiorazione. Per i pensionati al minimo senza altri redditi, ultrasessantacinquenni e soli, va aumentata dalle attuali 80.000 lire a 150.000 lire mensili la maggiorazione a questo fine spettante. d.i lavoratori che hanno svolto più di 3/4 (tre quarti) della loro attività lavorativa impegnati in lavori manuali, possono andare in pensione a 60 anni di età senza alcuna riduzione dei rendimenti pensionistici. • Per una gestione solidale e democratica della previdenza complementare Per la previdenza complementare vanno individuati sbocchi e soluzioni che permettano ai lavoratori non soltanto il controllo delle somme accantonate a titolo di previdenza complementare ma anche la libertà di scelta della partecipazione come quella di opzione tra forme diverse. In questo senso sono da considerare forme di previdenza integrativa gestita dall'INPS sia il recupero di forme esistenti nel passato nelle società operaie prima della generalizzazione dell'assicurazione previdenziale obbligatoria. • Disoccupazione e pensione Il superamento delle pensioni di anzianità è destinato ad accentuare il numero degli espulsi dal processo produttivo con un conseguente aumento della disoccupazione nella fascia di età tra i 50 e i 57 anni. Anche l'innalzamento dell'età per la pensione di vecchiaia, da 55 a 60 anni per le donne e da 60 a 65 anni per gli uomini, aumenterà il numero delle persone senza reddito in quanto difficilmente, se espulse dal processo produttivo, troveranno una occupazione. Si pone dunque la necessità di rivendicare per i soggetti di età superiore ai 50 anni ed espulsi dal processo produttivo una indennità di disoccupazione pari all'80%. 4.4 Sanità Il sistema sanitario italiano, come quello psichiatrico, erano tra i più avanzati del mondo e furono conquistati con battaglie congiunte delle operatrici ed operatori del settore e dell'intero movimento sindacale; gratuità, universalità, prevenzione, carattere pubblico, coinvolgimento degli utenti. Ma la riforma del 1980 è stata contrastata fin dal suo nascere, con infiniti ostacoli frapposti alla sua realizzazione fino alla controriforma Amato caratterizzata da tetti di spesa, tickets, mito della gestione manageriale e privatistica. La salute è un diritto primario che non può sottostare alle logiche di mercato e del profitto; il grande capitale, assecondato dai governi succedutisi negli ultimi anni, vuole inserirsi sempre più in un settore che può portare molti utili. Abbondano in Italia, soprattutto al Sud, le strutture private convenzionate, cioè pagate dal pubblico e caratterizzate da lunghi ricoveri e interventi di bassa specializzazione mentre al pubblico viene lasciata la parte più onerosa di intervento sanitario, in parte pagata dal malato attraverso i tickets e per il resto pagata dai lavoratori dipendenti attraverso la contribuzione. • La spesa sanitaria va spostata dalla contribuzione ( limitata a pochi soggetti e non progressiva rispetto al reddito) alla fiscalità generale (coinvolgendo quindi tutti i cittadini con progressività fiscale). •Va rilanciato il servizio pubblico come universale e gratuito, intervenendo per razionalizzare la spesa (es. revisione del prontuario farmaceutico eliminando i prodotti dannosi, inutili, i doppioni inutilmente costosi), valorizzando il lavoro e la professionalità delle addette e degli addetti e rimettendo in campo il controllo degli utenti. 4.5 I servizi sociali Meno Stato più mercato: lo slogan degli anni ottanta sta sempre piu' diventando realta', con attacchi alle riforme conquistate attuati attraverso le non applicazioni o con gestioni opposte ai principi ispiratori. Il movimento sindacale e in esso la CGIL ha introiettato la filosofia dell'avversario sul fallimento dell'intervento pubblico e l'efficienza del privato; si è così favorita l'evoluzione della crisi dei servizi pubblici favorendone lo smantellamento. Inoltre il bisogno di ridurre la spesa pubblica è accompagnato anche da elementi culturali: trasformare l'idea di diritto universale in risposta residuale, se non caritatevole, ai bisogni dei piu' deboli, ovvero poveri, e riproporre l'idea della famiglia, ovvero donna, come ambito, soggetto che da' prioritariamente risposte ai bisogni. Del resto questo ben si coniuga con la risposta tutta capitalistica, maschilista, alla disoccupazione femminile che la destra avanzante ripropone come modello sociale basato sulla famiglia e sulla divisione dei ruoli tra uomo e donna. È quindi necessario riprendere la battaglia, con tutti i suoi connotati economici, culturali e sociali, per l'espansione dei servizi sociali in Italia, a partire da quelli diretti alla persona, al territorio e all'ambiente, rivendicandone il ruolo pubblico e l'alta valenza sociale. Va rimessa al centro la gestione pubblica dei servizi, abolendo quelli a domanda individuale e redistribuendone gli oneri fra tutti attraverso la fiscalità generale, facendo divenire punti qualificanti: • L'assistenza domiciliare, la cura dell'infanzia, dei portatori d'handicap. •La cura e salvaguardia del patrimonio storico, artistico, culturale e ambientale. •L'espansione dei trasporti collettivi. Una sostanziale parità' di trattamento tra le lavoratrici e i lavoratori che svolgono lo stesso lavoro, sia questo alle dipendenze del pubblico sia questo alle dipendenze di una azienda privata o cooperativa possono fungere anche da deterrente alla privatizzazione dei servizi il cui minore costo è dovuto al maggior sfruttamento, minori diritti e minori salari degli addetti. Va parimenti contrastato il blocco delle assunzioni nei settori pubblici riproposto da ogni legge finanziaria: più servizi necessitano più occupazione. 5 - Scuola Il diritto alla formazione e all'istruzione è tra i principi fondamentali della nostra Costituzione e di qualunque società democratica e va dunque ben oltre la semplice risposta alla richiesta di un servizio. Questo diritto va riconosciuto pienamente in tutte le fasi della vita: il diritto ad una formazione di base, obbligatoria, unitaria ed orientativa, il diritto a conseguire un istruzione per l'ingresso nel mondo del lavoro, il diritto ad una formazione permanente e ricorrente. L'innalzamento dell'obbligo scolastico a 16 anni, con la prospettiva di una piena scolarità sino a 18 anni è pertanto prima di tutto una conquista di civiltà. L'attuale sistema scolastico è segnato da gravi carenze di base (particolarmente presenti nell' istruzione superiore ove da più di 50 anni si attende una riforma) che sono state in parte aggravate dalle numerose modifiche dei programmi attuate per via amministrativa e spesso in sintonia con la logica dei tagli di bilancio. Per diversi anni anche la sinistra politica si è sottratta al compito di ridefinire il ruolo della scuola nella società di fronte all'aumento delle conoscenze, ai cambiamenti sociali ed allo sviluppo dei sistemi di comunicazione. L'insieme di questi fattori sta producendo nuove diseguaglianze ed emarginazioni. Il sistema formativo pubblico deve essere quindi profondamente trasformato e riqualificato attraverso una politica di riforme ed un assetto istituzionale fondato sull'autonomia come autogoverno, sulla partecipazione determinante ed il coinvolgimento di coloro che operano nella scuola, sull'affermazione dei diritti degli studenti e dei genitori, sulla riqualificazione e valorizzazione del lavoro scolastico, sulla verifica delle procedure, sulla valutazione e controllo dei risultati, sul superamento del centralismo burocratico. L'attuale tendenza politica che pone prioritariamente la modifica dell'assetto istituzionale e' da contrastare poiché' mira ad esaurire la riforma stessa nell'aspetto dell'autonomia in un sistema in cui lo stato garantirebbe solo le risorse per il funzionamento minimo ed introducendo la logica di mercato per consentire alle singole unita' scolastiche di migliorare l'offerta formativa. Al contrario si deve porre quale prioritaria la riforma degli ordinamenti, dalla scuola materna all'università', partendo da una ridefinizione dei tempi della formazione e dell' istruzione in relazione ai tempi della vita e del lavoro. Tale processo di trasformazione si può' realizzare solo rovesciando l'attuale tendenza di riduzione continua degli investimenti per l'istruzione. L'obbiettivo e' quello di riportare a livelli europei il rapporto tra PIL e risorse impiegate per la formazione ovvero incrementare tale rapporto almeno del 5%. Il luogo in cui si realizza il diritto all'istruzione e alla formazione è la scuola pubblica, aperta a tutti i cittadini, pluralistica nel progetto formativo ed educativo ed unitaria nelle sue finalità. Le scuole private, costituzionalmente garantite nella libertà di definire le proprie finalità, esistono in quanto espressione di tendenze culturali e religiose e quindi non svolgono una funzione per tutti i cittadini o in altre parole non perseguono finalità pubbliche e quindi non possono accedere sotto qualsiasi forma al finanziamento pubblico; pertanto deve essere modificato l'art.6 della finanziaria nella parte in cui prevede il finanziamento della scuola privata. 6 - Per un rilancio dell'economia meridionale Il Mezzogiorno negli anni delle grandi ristrutturazioni, dei processi di deindustrializzazione delle grandi aree urbane, della demolizione dello stato sociale ha accumulato un ritardo di qualità, una distanza di civiltà dalle aree forti del centro-nord Italia e dall'Europa. Si vanno sperimentando nel Mezzogiorno modelli di intervento e di relazioni fra le classi che rischiano, se non combattute efficacemente, di estendersi all'intero paese. L'ipotesi delle gabbie salariali, il "modello Melfi" e più in generale le scelte di politica economica del governo Dini (libro bianco, ecc..) costituiscono la cartina di tornasole di questa sperimentazione. Contemporaneamente la selezione selvaggia operata dal mercato, non contrastata dalla linea contrattuale del sindacato, ha disegnato per il Mezzogiorno un ruolo funzionale e subordinato alle scelte di sviluppo delle aree forti. Il tasso di disoccupazione è in Italia dell'11%, nel sud del 20%, con cinque regioni meridionali dove si supera abbondantemente il 20% (Campania, Sicilia, Sardegna, Calabria, Basilicata); questo enorme esercito di riserva, la compressione dentro ambiti di vita, di cultura e di domande sempre più ristrette determinano le condizioni per abbattere strutturalmente, sotto il pressante bisogno, il costo del lavoro, lo spazio e la qualità dei servizi fondamentali. È questo il segno pesante che portano le sconfitte sindacali subite all'Alenia di Pomigliano, nel Sulcis, nella siderurgia e nella cantieristica in perfetta continuità con il degradare delle aree urbane a Napoli, Palermo, Taranto, Cagliari, Reggio Calabria, con la caduta di funzione del ciclo scolastico, della sanità, del sistema dei trasporti, di tutti i servizi diffusi. La bassa produttività del territorio diviene obiettivo programmatico dei governi, rende strutturale la precarietà e la esclusione dai poteri. Come ben evidenziano il caso della Fiat di Melfi, il selvaggio ampliamento del regime degli orari, l'arretramento dei livelli di sicurezza sul lavoro, l'abbattimento degli strumenti di sostegno al reddito per i lavoratori in mobilità e cassa integrati, le imprese e il governo tentano di imporre in maniera permanente il superamento delle garanzie e delle quantità contrattuali conquistate con le grandi lotte degli anni '60 e '70, contro le gabbie salariali, per la valorizzazione del mezzogiorno. Occorre che il movimento sindacale riprenda la battaglia meridionalista, archiviando la linea di subalternità alla logica di mercato. L'Italia rischia di subire un processo di marginalizzazione e marginalità del proprio apparato produttivo e dei servizi, come dimostra l'estrema esposizione dei settori nevralgici quali l'aereonautica, i trasporti, le telecomunicazioni, la formazione, l'agroalimentare. Bisogna invertire le politiche degli anni delle privatizzazioni, dello smantellamento delle sedi direzionali, della ricerca. Debbono ripartire gli investimenti mirati per attivare nelle grandi aree urbane del mezzogiorno le politiche di avviamento immediato al lavoro di migliaia di giovani, dei lavoratori espulsi dalla produzione nelle attività di difesa del territorio, dell'ambiente, di cura delle persone, di funzionamento dei servizi. Le migliaia di miliardi conquistati dal movimento di autunno vanno utilizzati per rilanciare, dopo la nefasta fase dell'intervento straordinario, la ripresa dei distretti industriali, per consentire il decollo di progetti di qualificazione urbana, di riorganizzazione delle funzioni di sostegno alla produzione e alla civiltà, di valorizzazione della storia, delle culture e delle risorse ambientali e locali. Si impone l'immediata apertura di una vertenza generale per il lavoro, che riunifichi il fronte di lotta e le tante frantumate esperienze prodotte dai processi di espulsione. Le sfide aperte nella città di Napoli, di Palermo, nelle tante aree, ove i cittadini del mezzogiorno hanno avuto la forza di mandare a casa la vecchia classe politica, vanno vissute anche dal versante del lavoro, della qualificazione dei servizi, non solo come rivisitazione del tessuto urbano. 7 - Democrazia delle lavoratrici e dei lavoratori e unità sindacale 7.1 La crisi della democrazia sindacale La riforma democratica del sindacato e del sindacalismo è oramai una urgenza imprescindibile la cui disattenzione può innescare per il sindacato processi simili a quelli che hanno travolto i partiti della cosiddetta prima repubblica. Un atteggiamento di sordità rispetto all'esito dei referendum sindacali rappresenta un errore che la CGIL non vuole percorrere e vuole combattere a partire da un rilancio dell'iniziativa per una legge sulla rappresentanza. 7.2 Ruolo delle Rsu Le vicende di questi ultimi anni dal movimento dell'autunno '94 al referendum sull'accordo pensionistico, hanno evidenziato il ruolo essenziale delle RSU e del loro protagonismo nella lotta sindacale, nella battaglia per una riforma democratica e classista del sindacato, nella prospettiva di una unità sindacale costruita sui luoghi di lavoro e non sulle burocrazie. È proprio dalla esperienza delle RSU che riemerge con forza un modello di democrazia sindacale non gerarchica e non centralizzata. Non è la pura contrapposizione di una presunta base buona contro un presunto vertice cattivo ma l'individuazione dei soggetti centrali sui quali incardinare una riforma democratica del sindacato; è una linea politica che richiede di rappresentare gli interessi le soggettività, i modi di pensare di lavoratrici e lavoratori a partire dal luogo in cui si svolge la loro esperienza lavorativa e sindacale. • Gli eletti nelle RSU sono gli unici legittimi rappresentanti dei lavoratori e delle lavoratrici iscritti e non iscritti nei luoghi di lavoro; la RSU ne è l'espressione collettiva che ha sempre il diritto/dovere di pronunciarsi e di agire su ogni questione che possa influenzare direttamente o indirettamente le condizioni materiali e morali dei lavoratori. •La elezione delle RSU va generalizzata in tutti i luoghi di lavoro superando le resistenze ancora presenti in ampi settori sindacali; per questo è utile procedere, laddove necessario per sbloccare la situazione, alla elezione dell'organismo promossa dalla sola CGIL o autogestita dai lavoratori. •Va superato il terzo riservato alla nomina sindacale per le elezioni che da oggi in poi si determineranno; per le RSU già elette in cui il terzo è già stato nominato, tali delegati, per questo solo mandato, dovranno svolgere solamente un ruolo specifico di rappresentanza del sindacato in azienda quale proselitismo, servizi agli iscritti, ecc. •Va respinta qualsiasi riproposizione di monopolio della rappresentanza definendo criteri di rappresentatività dei sindacati che si basino sugli iscritti e sui risultati nelle elezioni delle RSU. •Gli accordi a tutti i livelli vanno sottoposti obbligatoriamente a referendum attraverso regole democratiche che permettano la pari dignità alle diverse opinioni. •Nei luoghi di lavoro la RSU rappresenta l'agente unico che detiene i poteri contrattuali e li esercita in piena autonomia con il supporto delle Organizzazioni Sindacali. •Nei luoghi di lavoro la rappresentanza delle Organizzazioni Sindacali non detiene potere contrattuali ma assolve i compiti di rappresentanza, proselitismo, patronato ecc. 7.3 Lo statuto delle Rsu ed il patto con le associazioni sindacali Le prerogative ed i compiti delle RSU sopra descritti devono trovare applicazione nella forma dello Statuto della Rappresentanza Sindacale Unitaria (RSU) che dovrà contenere regole di democraticità della sua vita interna, di trasparenza delle decisioni, di garanzie di pluralismo interno, di finanziamento, di separazione del ruolo di rappresentanza unitaria dei lavoratori da quello di rappresentanza in garanzia del rispetto delle norme sulla salute e sulla sicurezza. Su questa base va stabilito formalmente un patto democratico tra Organizzazioni Sindacali e RSU in cui si riconoscono i rispettivi ruoli e si garantiscono parimenti l'autonomia contrattuale delle RSU e i diritti e l'agibilità politico-organizzativa delle OO.SS. in azienda. 7.4 Per l'unità sindacale di tutte le lavoratrici e lavoratori La necessità dell'unità sindacale risiede nell'urgenza di ricostruire l'unità del mondo del lavoro a partire dalla rappresentanza degli interessi dei lavoratori e lavoratrici, dei pensionati, dei disoccupati e deve realizzarsi a partire dai luoghi di lavoro. L'esigenza della costruzione nel nostro paese di un nuovo soggetto sindacale generale che sia portatore di un progetto sociale innovativo quanto ad obiettivi, valori e cultura non è la sommatoria di CGIL- CISL-UIL, va oltre, e richiede loro una profonda trasformazione. Si tratta di un processo, di un obiettivo, nient'affatto scontato, che non può essere risolto con una assemblea costituente che, allo stato attuale delle divergenze della CGIL con CISL e UIL, assumerebbe ancora di più i caratteri di un patto di vertice. Si tratta invece di aprire una fase costituente di confronto e dialettica politica che costruisca le condizioni concrete e necessarie per il nuovo sindacato unitario. • L'assunzione della rappresentanza contrattuale di tutte le lavoratrici e lavoratori, iscritti e non iscritti al sindacato, nel pieno rispetto della formazione delle decisioni attraverso il voto di mandato sulle piattaforme e il voto di validazione degli accordi. •Il riconoscimento del ruolo di rappresentanza dei lavoratori agli organismi eletti unitariamente e liberamente nei luoghi di lavoro (RSU) compreso il loro carattere di agente unico contrattuale in sede aziendale. •La definizione di regole democratiche di pluralismo e rappresentanza in grado di garantire nel processo unitario la presenza proporzionale di tutte le componenti del sindacalismo italiano. •Una collocazione di reale autonomia dal quadro politico e dal governo. Non essendo oggi prevedibili le forme e i tempi che assumerà la fase costituente, la CGIL nel suo XIII Congresso avanzerà questa proposta a CISL e UIL e a tutto il sindacalismo italiano ed individuerà, in piena autonomia, il percorso e le iniziative per raggiungere questo obiettivo. 8 - La riforma della Cgil 8.1 Il rinnovo periodico delle deleghe Nella passata Conferenza di organizzazione era stato formalmente deciso il rinnovo delle deleghe, è ora dunque necessaria l'apertura immediata del rinnovo come autonoma riforma in direzione di una legge che preveda il rinnovo periodico mentre va scartata la via contrattuale in quanto sarebbe sottomessa al ricatto del padronato. Già con il tesseramento '96 bisogna procedere al rinnovo secondo le seguenti direzioni: • rendere periodica la validità della delega (4 anni); •rendere immediata l'efficacia della disdetta. 8.2 Finanziamento, distacchi e permessi, moralizzazione Il finanziamento della CGIL deve ritornare a basarsi sul tesseramento e sul contributo volontario degli iscritti e dei lavoratori; vanno eliminate tutte quelle fonti di finanziamento quali quote di servizio o comunque finanziamenti diretti od indiretti di tipo consociativo con la controparte. L'attacco che la destra sociale e politica sta attualmente conducendo contro le libertà sindacali trova terreno favorevole non soltanto per la consistenza della opinione pubblica moderata ma anche per le accuse di uso improprio che, in parte, nel recente passato, sarebbe stato fatto di distacchi e permessi. Anche sull'uso della legge 252, legge giusta che ha permesso a militanti politici e sindacali che, nel passato, hanno lavorato, di necessità, in condizioni non regolari nei sindacati e nei partiti, di vedere riconosciuti i contributi previdenziali, sono stati avanzati sospetti di irregolarità. L'eventualità di accertamento di alcune irregolarità da parte della magistratura se da un lato fornisce una ragione aggiuntiva per un processo di moralizzazione nel sindacato, dall'altro non può far dimenticare come ciò avvenga in un clima in cui si tenta di presentare l'attività sindacale come un costo e non invece una risorsa per la società. La CGIL deve sancire nel suo congresso regole interne vincolanti volte a definire l'assoluta trasparenza su queste materie e contemporaneamente avanzare proposte volte a precisare i margini di ambiguità presenti nelle norme attuali; sono queste le condizioni per una difesa, recupero e ampliamento della legge 300 e delle agibilità nel pubblico impiego non soltanto per l'organizzazione sindacale ma soprattutto per i delegati e i lavoratori. In particolare va ricontrattato l'accordo con l'Aran sulle agibilità sindacali nel P.I. a partire dalla base minima della legge 300 per conquistare ulteriori spazi sui permessi nei luoghi di lavoro. 8.3 Finanziamento dei comitati degli iscritti Il rinnovo delle deleghe sindacali rappresenta l'occasione per rendere operativo il finanziamento dei Comitati degli iscritti destinando ad essi il 10% delle tessere rinnovate. 8.4 La riduzione, qualificazione ed elezione democratica degli
apparati sindacali Spostare le risorse provenienti dalle deleghe verso i luoghi di lavoro significa innanzitutto invertire il processo di continua crescita dell'apparato funzionale, non solo per la riduzione delle risorse, ma per destinare parti crescenti delle libertà e agibilità sindacali verso i delegati e i quadri non a tempo pieno. In questo modo gli apparati sindacali svolgono più precisamente una funzione di servizio, prima che di direzione, verso gli iscritti e verso gli eletti nei luoghi di lavoro, devono essere sempre meno "polivalenti" e sempre più preparati e qualificati. Anche per questi motivi va riformata la modalità di elezione dei gruppi dirigenti; per i primi livelli territoriali di categoria e confederali gli iscritti debbono poter conoscere e valutare direttamente nel proprio congresso di base i candidati alle segreterie, in tal modo la coerenza tra programmi e responsabilità di gestione assume una migliore trasparenza. Per i gruppi dirigenti ed esecutivi a tutti i livelli va assunto il modello delle RSU; preferenza unica su più eleggibili. Per i primi livelli territoriali e di categoria il funzionario sindacale deve essere eletto nell'assemblea dei comitati degli iscritti in modo da superare l'assegnazione per cooptazione dell'incarico funzionariale. Va comunque superata la pratica della identificazione tra funzionario sindacale e appartenenza ad una segreteria così come i ruoli elettivi di direzione da quelli di supporto tecnico e scientifico; anche nelle strutture di piccole dimensioni nelle quali la separazione tra il ruolo di segretario e quello di funzionario è più difficile vanno comunque adottate forme parziali e reversibili di impegno nell'organizzazione che permettano l'accesso ai ruoli di direzione ai non funzionari a tempo pieno. Pur registrando una maggiore presenza delle donne negli organismi dirigenti, rimane ancora da realizzare l'obiettivo di una CGIL di donne e di uomini. 9 - La dimensione internazionale della lotta sindacale 9.1 Nord e sud del mondo Il crollo del bipolarismo USA-URSS, seguito dallo sfaldamento dell'URSS a cui ha fatto seguito un multipolarismo politico ed economico, non ha aperto una nuova fase di pace e di sviluppo per i popoli e le nazioni ma ha invece accentuato gli squilibri arricchendo sempre di più un ristretto numero di paesi (Nord del mondo) e gettandone nella miseria e nel sottosviluppo un numero crescente (Sud del mondo). Dei 5 miliardi di popolazione mondiale il 5% vivono negli USA e Canada, il 6% nell'Unione europea e il 4% nei paesi industrializzati dell'Asia; ciò significa che il 15% della popolazione mondiale detiene il 72% della produzione e del consumo di merci e servizi. Il modello economico e sociale del capitalismo liberista non solo fonda il proprio sviluppo sul sottosviluppo del Sud ma impone nei paesi industriali politiche economiche e sociali antipopolari di smantellamento dello stato sociale e di compressione dei redditi dei lavoratori. La guerra torna ad essere di nuovo lo strumento di soluzione dei conflitti sia quando si tratta di mantenere il controllo delle risorse energetiche (guerra del golfo) che quando si tratta di imporre le soluzioni delle grandi potenze nelle crisi nazionali (intervento in Bosnia). Un nuovo ordine mondiale basato sulla pace e sulla cooperazione tra i popoli può solo essere dato dall'affermarsi del diritto di ogni popolo e nazione al proprio sviluppo, al rispetto dei diritti umani fondamentali, alla salvaguardia dell'ecosistema, alla rinuncia del militarismo e del riarmo nucleare. Solo un movimento operaio e sindacale che ritrovi la propria ragione di essere nel carattere fondante di unità, lotta, cooperazione e coordinamento tra i lavoratori di tutti i paesi contro le politiche economiche e sociali che hanno ormai dimensione internazionale, può dare il proprio contributo al costruirsi di un nuovo internazionalismo dell'epoca del mercato mondiale. Il flusso costante di immigrati provenienti dal Sud del mondo è un fenomeno durevole che deve vedere il sindacato non solo operare sul terreno della solidarietà ma su quello dei diritti dei lavoratori immigrati contrastando leggi emergenziali che introducono diritti separati su basi razziali ed etniche; la regolarizzazione di chi già lavora pur non in possesso di permesso di soggiorno, il diritto al voto amministrativo, l'accesso al sistema sanitario e alla previdenza, servizi di accoglienza e una politica per l'alloggio, sono gli obiettivi attraverso i quali realizzare un processo di solidarietà ed unità tra lavoratori immigrati e locali. Ci vuole una legge, profondamente diversa dal recente decreto sulle espulsioni, sull'ingresso ed il soggiorno degli immigrati che contenga proposte concrete sull'uscita dalla clandestinità, sull'integrazione, sulle opportunità di lavoro, sul ricongiungimento familiare. La solidarietà internazionale e l'impegno per la cooperazione debbono unirsi ad un impegno per la CGIL ad operare nelle sedi internazionali ( CISL, ecc..) per i seguenti obiettivi: •Modifica profonda del Fondo Monetario Internazionale congelando il debito accumulato dai paesi sottosviluppati. •Scioglimento delle alleanze militari (Nato, ecc.) e riduzione degli arsenali destinando le spese per armamenti ad usi sociali. •Destinare una percentuale del PIL dei paesi sviluppati per finanziare lo sviluppo dei paesi del Sud. In questa direzione è necessaria una azione della CGIL tesa a riunificare il movimento sindacale tra CISL internazionale e aggregazioni sindacali che raccolgono sindacati di paesi non sviluppati o con modelli sociali diversi da quelli occidentali. 9.2 Per un'Europa sociale contro quella di Maastricht L'Europa con il trattato di Maastricht viene costruendosi attraverso vincoli economici e monetari imposti ai singoli paesi; l'allineamento passivo dell'Italia al motore tedesco dell'unificazione europea e della moneta unica per il '99 condiziona pesantemente la politica economica del nostro paese in termini di salari e spesa sociale. L'unità europea del capitale contro i lavoratori non deve farsi; c'è la necessità di modificare profondamente il processo avviato a Maastricht rendendo protagonisti del processo di unità le popolazioni ed i lavoratori mettendo a fondamento non la moneta ma le garanzie sociali. La CGIL deve svolgere un ruolo determinante per la costruzione di una politica comune dei sindacati europei sull'immigrazione che porti ad una impostazione contraria alla logica di "Fortezza Europa" in direzione invece di un'Europa multietnica dei lavoratori che garantisca a tutti i diritti sociali e di cittadinanza. È necessario contrastare le attuali tendenze a trasformare in senso professionale ed offensivo l'esercito italiano perseguendo invece una ancora più marcata caratterizzazione difensiva, non professionale ma popolare, orientata sul territorio piuttosto che verso la costituzione di corpi speciali, garantendo appieno il diritto all'obiezione di coscienza. 9.3 La dimensione internazionale della contrattazione Non c'è stata vertenza nazionale importante in questi ultimi anni che non sia stata anche europea ed internazionale. Dalla Fiat alla chimica e alla siderurgia, le vertenze dell'Alenia, dell'Italtel e dell'Olivetti si svolgono e vengono determinate in un contesto che non è solo nazionale. Nel sindacato manca una visione adeguata di questi problemi ed una azione conseguente nella direzione di un collegamento sindacale internazionale che abbia sbocchi vertenziali; solo in pochi casi sono stati costituiti i comitati d'impresa nelle multinazionali come indica una direttiva comunitaria. La CGIL deve dunque attivarsi per trasformare la CES in una confederazione di carattere anche vertenziale che promuova piattaforme europee sia generali che di gruppo e organizzi con i comitati d'impresa una rete di delegati a livello continentale. |