Appello per l'assemblea promossa dal Coordinamento Nazionale LSU/LPU

Sabato 27 novembre h. 10:00

Via Don Bosco 4/F, palazzo della Regione o Provincia, NAPOLI

Ordine del giorno:

1.      La caduta dei diritti del lavoro;

2.      la lotta degli lsu/lpu;

3.      Forme e modi per una mobilitazione generale di precari, occupati e disoccupati.

 

A Sud succede qualcosa di nuovo.

 


Crescita e occupazione sono due varianti ormai indipendenti. Negli ultimi anni c'è stato un importante cambiamento nella relazione tra produzione di merci e lavoro vivo: se è vero che calando la produzione il lavoro cala, non è più vero che riprendendo la produzione riprenda anche l'occupazione. La questione della disoccupazione si delinea quindi come fenomeno strutturale della società contemporanea, non come il prodotto di una temporanea crisi dello sviluppo, ma al contrario come forma dello sviluppo stesso.

                La crisi economica e produttiva è stata pagata con gravi costi relativi alla sicurezza e alla qualità del lavoro. Slogan come flessibilità, lavoro in affitto, salario d'ingresso, gabbie salariali, ricette del "pensiero unico" per la "soluzione" del problema dell'occupazione, si dimostrano funzionali soltanto al processo di ristrutturazione del capitale e non intaccano minimamente i meccanismi strutturali che sono alla base del problema.

                La nuova società, si propone come un sistema  ad economia di mercato, deregolamentato, privatizzato, competitivo, mondializzato, ad alta intensità tecnologica. La concorrenza su un mercato mondiale libero impone la ricerca del massimo rendimento. In questo contesto l’economia riesce a rendersi autonoma dalle esigenze politiche che la condizionavano in tutte le società non capitalistiche, a sottrarsi a qualsiasi controllo sociale, a mettere la società al proprio servizio.

                L'estensione della logica del mercato e della monetizzazione anche a prestazioni non valutabili in termini di denaro o a quelle che raggiungono il loro scopo soltanto se il profitto non è il fine, impoverisce e rende indifferenziato il tessuto degli scambi affettivi e delle relazioni.

                C'è una crisi della nozione di lavoro e del lavoro stesso. In tutti i paesi industrializzati, la concorrenza capitalistica porta a ridurre le prestazioni sociali, a rendere precario l'impiego, a rendere marginali una parte crescente della popolazione, a lasciare che il livello di vita si deteriori, in breve a sacrificare cose essenziali solo affinché il superfluo possa essere prodotto con maggior profitto e offerto a un miglior prezzo.

                Alla classe operaia industriale attaccata si aggiunge un proletariato post-industriale che, a causa della precarietà della sua condizione e della natura dei suoi compiti, non può trarre dal lavoro né identità sociale né vocazione a esercitare il potere economico, tecnico o politico.

 

Il Coordinamento Nazionale LSU/LPU, soggetto politico indipendente che raccoglie al suo interno coordinamenti territoriali di LSU/LPU di diverse regioni del centro-sud (Campania, Lazio, Calabria, Puglia, Toscana, Umbria) ed è di riferimento ad altre realtà territoriali in fase di organizzazione (Abruzzo, Molise, Marche),  a cui aderiscono sindacati di base come il S.In. Cobas e l’Unione Sindacale Italiana ed associazioni ed organismi quali l’Associazione In Marcia per il Lavoro, considera non più rinviabile chiamare a confronto tutte le realtà di base che da tempo lottano e resistono contro le politiche neoliberiste del governo D’Alema e dei governi che l’hanno preceduto.

                Tale confronto si rende indispensabile e non rinviabile per affrontare le questioni del lavoro, del precariato e della disoccupazione al fine di determinare un movimento che su questi temi sia più ampio e partecipato possibile.

                Il movimento degli LSU si contrappone alla normalizzazione in atto nel paese, che attraversa tutti gli strati sociali, omogeneizzando ed omologando comportamenti, culture, pratiche politiche ecc. La lotta contro la precarizzazione del lavoro e la privatizzazione dei servizi pubblici, che ha visto in piazza l’8 ottobre 30.000 tra lavoratori e lavoratrici di quel particolare mondo del precariato che sono gli LSU/LPU, dimostra quanta volontà ci sia da parte di molti di contrastare le politiche governative  e affermare la propria presenza in quanto soggetti lavoratori sfruttati ed autorganizzati.

In Italia oggi ci sono molte organizzazioni ed aggregazioni che rivendicano lavoro e diritti del lavoro, ma vi è un solo movimento a carattere nazionale contro la disoccupazione ed il precariato la cui vertenza è decisiva per l’insieme degli occupati, dei disoccupati e del variegato universo dei precari: i lavoratori socialmente utili/di pubblica utilità la cui specificità e i cui contenuti devono essere oggi centrali per tutti coloro che hanno a cuore le battaglie contro la disoccupazione, il precariato e l’esclusione sociale.

 

                I partiti stentano a rappresentare i bisogni della classe sfruttata (operai, precari o disoccupati che siano) per una visione politica incentrata sulle vicende del “palazzo”; il sindacato confederale lavora per la flessibilità e per la precarizzazione e spinge, per inconfessati ed inconfessabili interessi (la giungla della cooperazione!), verso la privatizzazione dei servizi pubblici; altri soggetti sindacali utilizzano le lotte dei lavoratori, spesso proprio i primari bisogni, per contrattare uno spazio di rappresentanza per loro al tavolo del governo (In questo senso le ultime vicende legate agli LSU/LPU danno un quadro quanto mai chiarificatore: il d.to l.vo 390/99 (del 2 novembre!) ribadisce, come il Coordinamento aveva denunciato, che non c’è alcun tavolo di trattativa in piedi tra governo e movimento. Le politiche di privatizzazione, precarizzazione, terziarizzazione del governo D’Alema continuano incontrastate. 

                Queste politiche si fondano sullo sviluppo della flessibilità del lavoro e dell’adattabilità, cercano cioè di imporre a salariati, disoccupati e precari attraverso una delle miriade di forme di lavoro atipiche, condizioni di vita e di lavoro degradate a tutto vantaggio degli imprenditori in termini di profitto.

Le terziarizzazioni (vedere il caso FIAT), la messa in mobilità dei lavoratori “garantiti”, la diffusione  del lavoro in affitto, lo sfruttamento dei contratti di formazione lavoro, delle borse lavoro e dei piani d’inserimento professionale, il proliferare di appalti, subappalti e delle cooperative di facchinaggio, il “fiorire” delle collaborazioni coordinate e continuative oltre al dilagare della piena disoccupazione o del lavoro nero sono i risultati delle parole magiche come flessibilità e competitività.

                La cosiddetta riforma dello stato sociale, si traduce nel sistematico smantellamento delle tutele e dei servizi ai cittadini ed in primo luogo alle classi subalterne a partire dall’attacco alla scuola, alla sanità ed alla previdenza pubbliche. Il disegno di legge di modifica della 142/90 da parte dell’ANCI e della Confindustria con il quale si vuole imporre agli enti locali l’obbligo di appalto ai privati di tutti i servizi pubblici, è la liquidazione dello stesso concetto di benessere collettivo a vantaggio di una redditività mercantile fondata sul profitto dell’impresa. Esso fa il paio con le proposte dell’ultima finanziaria che si prefiggono di estendere l’uso del contratto a termine e del lavoro in affitto per la copertura degli stessi servizi pubblici essenziali.

 

Per contrastare tutto questo non sono sufficienti le teorizzazioni fin qui espresse spesso senza tenere conto delle indicazioni che provengono dal basso, indicazioni frequentemente dirompenti, perché dirompente e disperante è oggi l’esistenza nel Sud dell’Italia e del mondo.

Parole d'ordine quali 35 ore, salario garantito, reddito di cittadinanza ecc., rischiano di distogliere l'attenzione dalla questione centrale chiaramente espressa dalle realtà di base e che consiste essenzialmente nella richiesta di lavoro.

               

Sicuramente la riflessione su ciò che accade dovrà essere ampia proprio per cercare di trovare una posizione politica generale comune, capace di valorizzare le singole, spesso contraddittorie, ma sempre sacrosante, richieste di cittadinanza che vengono dal basso.

                C’è nella sostanza bisogno di una mobilitazione che riaffermi la centralità della dimensione della socialità che trova nel lavoro - quale strumento di miglioramento della qualità della vita - il proprio perno, e che rischia di essere annullata da una sfera economica sempre più autonoma da ogni vincolo sociale.

L'esclusione dal mondo del lavoro significa anche esclusione dal processo di vita democratica, con la riduzione nei fatti di diritti civili e politici.

                C’è bisogno di opporsi fermamente ad ogni forma imposta di lavoro flessibile e alla moltiplicazione di quelle forme intermedie tra lavoro e assistenza che rischiano di trasformarsi in lavoro servile, frammentando le diverse componenti della popolazione e ampliandone le differenze. Si delinea in tal modo un "secondo mercato del lavoro" in cui, sotto la copertura perfino della solidarietà, si realizza una deregolamentazione del lavoro attraverso l'abbattimento del sistema di garanzie acquisite.

                C’è bisogno di aprire un dibattito sulla necessità della formulazione di una "carta dei diritti” che si assuma il compito di definire una rete di garanzie per le nuove figure del lavoro. E' necessario prendere coscienza e quindi battersi contro il processo di precarizzazione e deregolamentazione del lavoro cercando di unire le lotte di un soggetto sociale ora frammentato, quello degli esclusi dal lavoro, che abbia capacità progettuali al fine della conservazione e dell'ampliamento della sfera dei propri diritti.

 

In questo senso la lotta del movimento degli LSU/LPU che contestualmente non sono dipendenti pubblici ma coprono servizi essenziali, timbrano il tesserino al collocamento come disoccupati ma hanno un sussidio, che rivendicano l’assunzione per tutti negli enti utilizzatori o nelle pubbliche amministrazioni, deve rappresentare uno dei cunei per aprire la rivendicazione a tutto il mondo dei disoccupati, dei precari e degli sfruttati, fornendo loro anche una via d’uscita realmente alternativa alle politiche neoliberiste in atto.

La piattaforma del movimento, riassumibile senza ambiguità nelle parole d’ordine:

-          Assunzione per tutti nelle pubbliche amministrazioni;

-          Pari dignità con i dipendenti degli enti utilizzatori attraverso l’applicazione dei Contratti Collettivi di Lavoro, dello Statuto dei Lavoratori e delle norme di sicurezza sul lavoro;

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